Biokistl

La cooperativa Biokistl (“Biocesta”) viene costituita a Lagundo (Merano, provincia di Bolzano) nel 2000 da sei amici, tutti coltivatori biologici, con l’intenzione di sperimentare un nuovo tipo di rapporto produttore-consumatore e un nuovo modello di distribuzione. Questa idea si è concretizzata nella commercializzazione diretta attraverso Internet di prodotti alimentari biologici: recandosi sul sito della cooperativa (www.biokistl.it) si può compilare un form nel quale si specifica indirizzo, modalità di consegna e tipo di merce (verdura, verdura e frutta, solo frutta, prodotti aggiuntivi) e la Biokistl recapita a casa, con frequenza settimanale o quindicinale, una cassetta (di qui il nome) con i prodotti richiesti. Tutto questo al prezzo medio di analoghi prodotti da agricoltura industriale in un supermercato, dunque con un notevole risparmio rispetto all’acquisto in un negozio specializzato biologico e l’indubbio vantaggio di vedersi recapitato il prodotto davanti alla porta di casa. Le conseguenze di questo servizio non sono solo di istituire un rapporto diretto fra agricoltore e consumatore, ma anche di garantire un vantaggio economico per il consumatore con un giusto guadagno per l’agricoltore.
Nel 2001 inizia l’attività vera e propria, con la distribuzione delle prime cassette nella zona di Bolzano. Attraverso il passaparola, diversi articoli sui giornali locali e qualcuno sulla stampa nazionale il business cresce velocemente, espandendosi prima in tutta la Val d’Adige fino a Trento e in seguito anche al di fuori della regione, prima a Imola e recentemente anche a Milano: i dati per il 2005 parlano di più di 100.000 cassette in un anno, mentre nel 2001, primo anno di attività, ne erano state distribuite meno di 13.000.
Le cassette della Biokistl sono costituite esclusivamente da prodotti ortofrutticoli biologici di stagione, coltivati nella gran parte localmente (con l’eccezione di frutta esotica o in casi di domanda superiore alla disponibilità, nel qual caso viene fatto ricorso ad altri produttori della zona o più lontani). La domanda strettamente bio in Alto Adige è limitata al circuito chiuso di chi inserisce il consumo di alimenti biologici all’interno di un particolare stile di vita. Considerando il maggior prodotto ortofrutticolo altoatesino, ovvero le mele, su 900.000 frutti circa prodotti all'anno, solo 20.000 sono bio. Per quanto riguarda altri prodotti, il latte biologico esiste, ma fa fatica a vendere; va bene invece lo yogurt di Vipiteno. Questa situazione evidenzia un mercato che si sta sviluppando dal punto di vista della domanda, benché rispetto all’inizio del decennio stia attraversando una fase di crisi generalizzata dal lato dell’offerta, comune in tutta l’Europa. Il volume di vendite è ancora esiguo se rapportato alle cifre totali dei consumi, tuttavia lo sviluppo di forme alternative di commercio come quello della Biokistl (vendita diretta dei produttori, gruppi d’acquisto) stanno
sempre più prendendo piede, compensando la parziale ritirata della grande distribuzione e il declino costante dei negozi specializzati.
Il forte calo nel numero di aziende che si è avuto in Italia è attribuibile in gran parte alla fine delle sovvenzioni europee (le quali hanno una durata di 5 anni), con conseguente ritorno al tradizionale di molti operatori. Secondo Martin Siller, amministratore della cooperativa, ogni agricoltore è un imprenditore, intendendo con questo che ha il dovere di gestire al meglio le proprie risorse: le sovvenzioni dovrebbero dunque servire per esperimenti (come la Biokistl stessa), per progetti di espansione, per diversificare la produzione, non a pagare interamente i costi della manodopera o della produzione in toto. Quello che manca in molte aziende è coerenza e organizzazione: se il produttore torna al tradizionale quando sono finiti i fondi, vuol dire che questi sono stati male impiegati. La certificazione è un onere di tempo, soldi e impegno mentale: bisogna annotare tutto, trovare l’ente certificatore, pagarlo: chi ha un terreno piccolo (quindi produzione minima su cui ripartire i costi) o poco tempo da dedicare perché magari fa l’agricoltore come secondo lavoro o hobby è difficile riesca a sopportare i costi. La regione Trentino Alto Adige paga circa il 50% dei costi di certificazione, la provincia gestisce i soldi dei fondi CEE in maniera oculata e li distribuisce solo per progetti mirati, evitando così la dispersione come avviene in altre parti.
Sul ruolo della grande distribuzione, la posizione della Biokistl non è di radicale opposizione, anzi: viene riconosciuto che la grande distribuzione ha un suo ruolo e un suo posto all’interno del mercato biologico, a meno che questo non significhi comprare gran parte dei marchi già esistenti (come accade negli USA), aumentando la concentrazione del mercato e impoverendo di fatto la varietà e la qualità dei prodotti; la creazione di linee bio proprie, viceversa, porta alla creazione di offerta e contemporaneamente ad un’espansione
della domanda attraverso l’esposizione di questi prodotti a persone che non li conoscevano. Anche se non condividono l’aspetto “ideologico” del bio, questo non è (o non dovrebbe essere) un problema. Del resto, la Biokistl non si vede in competizione diretta con i supermarket o i negozi specializzati, in quanto offre un servizio parallelo, data la peculiarità di questo (consegna a domicilio, relativo basso prezzo rispetto a quello del biologico in negozio) e della propria clientela (non strettamente "osservante" in tema di biologico ma piuttosto attratta dalla combinazione dei due precedenti fattori), servizio che va ad integrarsi con l’offerta dei supermercati e dei negozi.

di Ezio Sabottigh [Visita la sua tesi »]

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