La teoria dei redditi nei classici

La teoria della distribuzione per classi sociali

David Ricardo

La teoria dei redditi nei classici è una teoria della distribuzione che fa uso di una categoria che successivamente scomparirà con gli autori neo-classici: quella delle classi sociali(lavoratori, borghesi, aristocratici terrieri). Pur non essendo una teoria delle classi, tuttavia essa riconosce che una diversa appartenenza implica redditi diversi, perché vi è una diversità nella funzione svolta all'interno del sistema economico.

La teoria distributiva nei classici costituisce un significativo esempio di commistione di principi diversi, per la determinazione dei redditi: salari, profitti e rendite. Per ciascuno di essi è possibile porsi due domande: come viene determinato il loro valore? come varia nel tempo?
I salari sono determinati dal valore di sussistenza, che permette a colui che lo percepisce, non solo di sostentarsi materialmente per la soddisfazione di alcuni bisogni fisici, ma di condurre una vita appena dignitosa.
E' probabile che nel tempo la valutazione morale della "vita dignitosa" cambi, includendo nuovi bisogni da realizzare. A questo dovrà corrispondere un aumento del livello del salario di sussistenza. Allo stesso modo, è ipotizzabile che il salario sia di diversa entità a seconda del luogo e del contesto sociale dove ci si trova.

Con questa soluzione, che fa riferimento al salario tendenziale, i classici riconoscono al lavoro una diversa valutazione rispetto a qualunque altro tipo di merce, il cui prezzo è invece il risultato della libera negoziazione tra le parti all'interno di un mercato.
Si può pensare che al tempo dei classici il lavoro non era percepito come un qualunque altro bene (servizio) da scambiare sulla base delle "leggi di mercato": il processo di mercificazione dei fattori produttivi non era giunto a conclusione.

La remunerazione che i lavoratori percepiscono può discostarsi da quello di sussistenza, che esprime un valore di tendenza di lungo periodo. Ma queste oscillazioni sono destinate ad essere riassorbite per effetto della variazione demografica conseguente ad eventuali aumenti salariali o, come afferma Smith, per la maggiore forza contrattuale dei capitalisti in grado di mantenere i salari ad un livello appena sufficiente di sussistenza.

In relazione alla rendita, Smith la definisce come "il prezzo pagato per l'uso della terra, prezzo che il proprietario è in grado di conseguire per effetto del monopolio, che la proprietà della terra gli conferisce". Il valore della rendita dipende anche dalla sua vicinanza ai mercati di vendita dei prodotti e alla sua fertilità. Smith, dunque, pensa ad una rendita assoluta (derivata dalla situazione del monopolio) e ad una differenziale (legata alla fertilità).
Ricardo e Malthus, invece, formalizzeranno l'idea della rendita in modo differenziale, ipotizzando la possibilità che è sempre possibile mettere a coltura terre la cui fertilità è via via decrescente. Poiché i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono gli stessi, nelle terre fertili per ottenere la stessa quantità di prodotto di quelle meno fertili si dovrà impiegare minori quantità di lavoro e capitali. La differenza tra prezzo di vendita e costi di produzione determinerà il valore della rendita.

I profitti, infine, sono il risultato residuale determinato dalla differenza tra il prezzo che si forma sul mercato attraverso la concorrenza e il costo di produzione dato dalla somma dei salari e delle rendite. Il tasso di profitto tende ad essere eguale in tutti i settori dell'economia, allineandosi, secondo Ricardo, per effetto della concorrenza e della mobilità dei capitali a quello che si rileva in agricoltura.

Il valore residuale del profitto, consente a Ricardo di evidenziare i conflitti che possono svilupparsi tra le diverse classi sociali. Posto, infatti, che i salariati ricevono un livello di sussistenza che consumano prevalentemente nell'acquisto di prodotti agricoli "ogni circostanza che aumenti il prezzo di questi prodotti da un lato aumenta la rendita e dall'altro, attraverso l'aumento del salario stesso come costo per il capitalista, abbassa il saggio del profitto".

Il conflitto tra salariati e capitalisti ha un carattere distributivo, non evidenziato dalla consistenza dei singoli redditi, rimanendo il salario ineluttabilmente al livello di sussistenza, ma che si riflette soprattutto sul numero di occupati. Per spiegare come ciò sia possibile occorre introdurre i concetti di prodotto lordo e di prodotto netto. Il primo è costituito dalla somma tra i salari, i profitti e le rendite. Il secondo è la differenza tra il primo e il complesso dei salari.

Consideriamo due esempi, in cui il prodotto lordo sia sempre pari a 1.000. In un primo caso immaginiamo un prodotto netto pari a 200 e in un secondo pari a 500. E' evidente che pur rimanendo inalterato il prodotto lordo, il monte salari disponibile viene ridotto e poiché il salario è fisso a livello di sussistenza, nel secondo caso si potrà assumere un numero inferiore di persone.

[Nell'immagine: David Ricardo - Uno dei principali economisti classici]

di Luca Bottegoni [Visita la sua tesi »]

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