Il monetarismo fiscale

Karl Brunner e Allan Meltzer

La conoscenza dei rigorosi precetti della tradizione di Chicago non esaurisce completamente il quadro descrittivo del moderno filone monetarista.
Di fronte alla persistente intensità e diffusione del processo inflazionistico che ha coinvolto i paesi industrializzati nel corso degli anni settanta, due eminenti economisti, Karl Brunner e Allan Meltzer, hanno elaborato un complesso approccio teorico ai problemi macroeconomici, dove si attribuisce estrema rilevanza agli interventi di politica fiscale, ossia ai provvedimenti di governo in materia di spesa pubblica e di tassazione.
In particolare, gli autori mostrano come l’impatto della struttura fiscale e l’evoluzione del bilancio pubblico siano due fattori decisivi nell’analisi dell’inflazione, suscettibili di modificare, in modo permanente, il valore nominale e reale delle principali variabili economiche.
La preoccupazione maggiore di Brunner, infatti, risiede nel fatto che:

“la rapida espansione della spesa pubblica, provoca ampi aumenti della base monetaria, eleva la crescita della quantità di moneta e incide così a lungo andare sul ritmo dell’inflazione […] e determina, quindi, sia un grado instabile di occupazione, sia le premesse per un minor benessere economico”.

Il lavoro del professor Brunner si colloca nell’originaria impostazione monetarista, in cui la spiegazione del movimento dei prezzi si riconduce all’influenza degli impulsi degli aggregati monetari e creditizi.
L’autore, inoltre, spiega, accuratamente, come la consistenza della base monetaria, solitamente considerata nella concezione neoquantitativista, come una grandezza strumentale esogena, cioè completamente controllabile dalle autorità monetarie, sia ora condizionata dal comportamento del vincolo del bilancio pubblico.
La massa del disavanzo pubblico, secondo le caratteristiche operative del modello di Brunner, può essere finanziata distintamente, ricorrendo, da un lato, alla creazione di base monetaria oppure, dall’altro lato, mediante la vendita diretta di titoli pubblici a soggetti diversi dalla banca centrale.
L’esame dell’insigne economista delinea, con particolare chiarezza, i collegamenti che intercorrono tra il peso prevalente del disavanzo della pubblica amministrazione e i suoi riflessi sulla creazione di base monetaria ed emissione dei titoli pubblici, rendendo, così, accentuata la pressione esercitata sulla quantità di moneta.
Nell’ambito delle misure di politica economica che si ritengono opportune per la realizzazione di un efficace programma antinflazionistico, Brunner attribuisce, pertanto, agli interventi di natura fiscale, la posizione di principale veicolo, tramite il quale le pubbliche autorità incidono sul funzionamento del sistema economico.
Al riguardo, una manovra di politica fiscale produrrà, secondo il pensiero di Brunner, inizialmente un “effetto fiscale puro” sul livello dei prezzi e sul mercato del prodotto. In seguito, diventerà rilevante, tuttavia, segnalare l’altra componente dell’azione fiscale, “l’effetto finanziario”, ovvero, come sottolinea il professor Mario Monti:

“le ripercussioni che nello stesso mercato del prodotto si determinano a seguito degli adeguamenti che avvengono nel mercato delle attività patrimoniali in conseguenza delle variazioni della base monetaria e dei titoli causate dalla politica fiscale”.

Stando alle stime dell’autore, l’effetto finanziario dovrebbe costituire la parte più consistente dell’effetto totale della politica fiscale.
Pertanto, modificazioni aggiuntive delle spese governative e delle aliquote tributarie, dato il vincolo di bilancio pubblico, influenzeranno non poco l’attività economica, essenzialmente agendo sullo stock di ricchezza detenuto dagli operatori, e originando, di conseguenza, una catena di effetti di sostituzione. In sostanza, gli aggregati monetari e creditizi scaturiranno, in larga misura, dall’esistenza di fattori politici ed istituzionali, che condizionano il processo di determinazione del bilancio pubblico.

L’autore, inoltre, sostiene che, l’accelerazione dell’inflazione e l’instabilità del quadro economico sperimentati durante gli anni settanta nei maggiori paesi industrializzati, possono essere compresi, efficacemente, ponendo l’accento sulla natura dei disavanzi finanziati con creazione di base monetaria, la quale dà luogo ad un’espansione di liquidità e di credito.

Sotto questa prospettiva, il suggerimento interpretativo fornito dall’autore s’inserisce ancora nella classica visione monetarista friedmaniana, che concepisce l’inflazione come un “fenomeno essenzialmente monetario”; in altri termini, si potrebbe essere indotti a ritenere che anche, per Brunner, dopo una prima lettura approssimativa della sua opera, sia pur sempre la politica monetaria, la responsabile decisiva dell’inflazione.
Secondo il pensiero dell’economista, invece, è estremamente improbabile che, la ripresa inflazionistica della base monetaria risponda solo ad interventi di politica monetaria, trascurando, di fatto, l’influsso della struttura e dell’organizzazione fiscale. In merito, assai eloquenti sono le parole di Brunner, quando afferma che:

“qualunque spiegazione che voglia avere qualche rilevanza deve riconoscere pienamente il ruolo che ha la politica fiscale nel determinare la crescita dei valori monetari”.

D’altra parte, occorre sottolineare che, accanto agli effetti di breve e medio termine sul mercato del prodotto e su quello delle attività patrimoniali, la dinamica del bilancio del settore pubblico, provoca conseguenze di lungo periodo, che si ripercuotono negativamente sul livello “normale” della produzione. Da un lato, gli incrementi della spesa pubblica, destinata sia all’acquisto di prodotti che alla corresponsione di stipendi alle categorie lavorative, e, dall’altro lato, gli aumenti delle imposte tendono a ridurre l’accumulazione del capitale reale dell’economia e la disponibilità di manodopera. In questo senso, si esprime chiaramente l’autore:

“mutando le aliquote fiscali, si può modificare il valore di equilibrio di lungo periodo dello stock di capitale, fisico ed umano, mentre anche l’assorbimento di lavoro e di produzione da parte del settore pubblico influenza il livello normale della produzione”.

Dalla profonda interazione tra l’adozione di misure fiscali e la contrazione del livello normale di produzione ne discende, quindi, un significativo effetto di “crowding-out” (spiazzamento) di lungo periodo più importante delle ripercussioni di breve periodo, in quanto ci permette di rimarcare come l’accresciuta tendenza inflazionistica impressa all’economia sia originata dall’espansione del bilancio pubblico.
Una volta riconosciuta l’entità degli effetti di una manovra di politica fiscale sull’economia, Brunner specifica alcune regole obiettive di comportamento per la finanza pubblica che, riducendo i poteri discrezionali della stessa pubblica amministrazione, ne limitano fortemente il suo operato destabilizzante e l’avvento di un clima inflazionistico.

Rivive in questo senso in Brunner la caratteristica interpretazione friedmaniana, per cui dalla constatazione dell’importanza della moneta si deduceva la raccomandazione di sottrarre le redini della politica monetaria dal pericoloso controllo discrezionale delle autorità monetarie e di affidarle all’osservanza di una regola semplice (ossia la crescita di quantità di moneta ad un tasso costante). In questo caso, tuttavia, nello schema brunneriano la sfiducia nella capacità di manovra delle autorità si estende, oltre allo strumento della moneta, anche alle caratteristiche del bilancio pubblico.

Ciò che importa all’analisi di Brunner è di riuscire ad arginare la continua espansione del settore pubblico, che, attraverso una combinazione di impulsi monetari e di parametri fiscali, può agevolmente trasmettere al compartimento privato la sua fondamentale instabilità.
Una struttura fiscale ottimale, quindi, che sostituisca politiche discrezionali che conducono, con molta probabilità, all’inflazione di lungo periodo, richiede secondo il giudizio di Brunner, il rispetto di quattro regole, alle quali deve sottostare la pubblica amministrazione, allo scopo precipuo di evitare che il suo eccessivo indebitamento mini la capacità produttiva del settore privato.

In dettaglio:
1. Il gettito delle entrate fiscali dovrebbe essere almeno proporzionale al livello generale dei prezzi.
2. La politica della spesa pubblica dovrebbe essere formulata in termini nominali, anziché reali.
3. La politica retributiva della pubblica amministrazione dovrebbe essere autonoma dall’andamento dei salari destinati ai dipendenti del settore privato.
4. Il tasso di crescita della quantità di moneta dovrebbe essere costante nel tempo oppure rimanere in una fascia di variazione ben specificata, in modo tale da vincolare il deficit pubblico e la creazione di base monetaria.

Dalla lettura di questi principi si può facilmente arguire che la prescrizione di politica economica di Friedman è solo una delle regole avanzate da Brunner. Gli altri criteri direttivi, invece, possiamo considerarli come una specificazione ulteriore del sistema di controlli giuridici ed economici per i responsabili del governo. La loro presenza, in altri termini, deve favorire quelle condizioni, affinché la regola secondo cui il tasso di crescita costante dello stock di moneta possa essere concretamente osservata, in una nuova realtà in cui la base monetaria non può più configurarsi come una variabile strettamente esogena, controllabile dalle autorità monetarie, ma risulta ora condizionata dalle ragguardevoli dimensioni economiche della pubblica amministrazione.

Il contributo interpretativo di Brunner, sotto un profilo generale, concorda pienamente con le conclusioni della celebre affermazione di Friedman, secondo cui “l’inflazione è essenzialmente un fenomeno monetario”. Brunner, tuttavia, riconosce, altresì, l’importanza dell’impatto della politica fiscale sull’economia, che “forzando una riallocazione di risorse fra il settore privato e quello governativo”, produce inevitabilmente una qualche incidenza diretta sul processo di determinazione dei prezzi.

Nel fornire una lucida spiegazione delle violente esperienze inflazionistiche maturate nel corso degli anni settanta, lo schema di Brunner fa ricorso non solo all’approfondimento analitico delle condizioni più appariscenti, che alterano la crescita degli aggregati monetari, ma pure prendendo in considerazione le misure delle politiche di bilancio, il cui impiego arbitrario determina una variazione improvvisa della quantità di moneta nel lungo periodo.
Affrontare il delicato problema dell’inflazione significa, secondo l’opinione dell’economista, dunque, interpretare come l’espansione del bilancio pubblico e il prelievo fiscale ed, in particolare, la modificazione del suo effetto finanziario, interagiscono con il flusso di produzione del settore privato.

“Aumentando l’assorbimento, da parte del governo, sia di produzione che di lavoro, diminuisce l’intensità del capitale e la disponibilità di lavoro del settore privato e perciò si contrae, nel lungo periodo, il suo livello normale di produzione”.

Qualora i responsabili di politica economica decidono di accrescere il valore reale della spesa governativa, è naturale attendersi che il sistema subirà un costo sociale inflazionistico, che si rifletterà non solo sulla crescita rapida degli strumenti monetari, ma anche, nel lungo termine, sulla contrazione dell’attività produttiva del settore privato. Pertanto, conclude Brunner:

“l’elemento nuovo nel problema inflazionistico è da rivelarsi nel ruolo che vi svolge la politica di bilancio e nel fatto che alcuni processi di natura politica portano ad un continuo accrescimento dei deficit”

Possiamo rimarcare, infine, come sia la precedente impostazione keynesiana, sia le asserzioni di Brunner interpretano gli effetti della politica fiscale sull’economia, facendo della teoria della determinazione dei prezzi un uso differente da quello implicito nelle proposizioni tradizionali dei monetaristi della scuola di Chicago.

Gli economisti di derivazione keynesiana pongono l’accento, in particolare, sulle ripercussioni del bilancio pubblico, tramite il meccanismo del moltiplicatore keynesiano, sul mercato del prodotto, privilegiando dunque un’analisi rivolta al lato della domanda.
Il modello di Brunner, pur ammettendo l’esistenza di questi riflessi iniziali, insiste, invece, sull’effetto finanziario ossia “sul risultato delle modificazioni prodotte negli stocks finanziari dalla politica di bilancio del governo”, che promanano, quindi, dal bilancio mediante il mercato delle attività patrimoniali.

Il limite maggiore che possiamo scorgere dalla logica di funzionamento di ambedue le costruzioni teoriche risiede nel fatto che esse trascurano di sottolineare l’importanza delle influenze che la finanza pubblica esercita sull’economia, attraverso il mercato dei beni, prendendo in esplicita considerazione il versante dell’offerta.

Per fornire una cornice analitica più completa che affronti adeguatamente l’impatto inflazionistico del bilancio pubblico sui moderni sistemi capitalistici, è opportuno, infatti, conoscere, d’altro canto, come ammette giustamente il professor Mario Monti, gli aspetti relativi a:
“che cosa la pubblica amministrazione produce e di quale è la sua produttività nel farlo. Quanto essa spende, quanto preleva con imposte, quanto è il suo disavanzo sono informazioni necessarie, ma non sufficienti”.

di Nicola Simonetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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