La teoria quantitativa della moneta dopo Fisher

D. H. Robertson e J. M. Keynes

La teoria quantitativa, nella sua formulazione originaria, ha operato in un’economia statica, in cui il ruolo dell’intermediazione bancaria era assai modesto e la moneta effettiva esplicava prevalentemente la funzione di mezzo di pagamento.

L’antico schema teorico non prestava la dovuta attenzione alla domanda di moneta a fini precauzionali. La versione che ne fece la successiva scuola di Cambridge è chiaramente la diretta testimonianza dell’insoddisfazione che ne derivava dall’esame della teoria di Fisher. L’approccio delle scorte liquide si limita a spostare l’ottica, dalla moneta che circola nell’economia, come accade nella tradizione riassunta dall’equazione degli scambi, al ruolo di moneta (come giacenza) di cui i soggetti dispongono per far fronte a necessità future e impreviste.
Entro il solco tracciato dal lavoro di Pigou, Robertson, con il suo saggio Money, (1922), si propone di presentare la teoria quantitativa della moneta, in una forma più convincente e più utile alla conoscenza dell’atteggiamento psicologico del pubblico nei riguardi della moneta, e del modo di operare della medesima nei due aspetti della velocità della circolazione e della giacenza di cassa.
Il suo discorso parte dall’approfondimento del concetto di valore della moneta collegandolo a due parametri oggettivi reali.
In primo luogo, Robertson pone l’accento sull’esistenza di un valore della moneta espresso in termini di reddito, che può essere attribuito all’ammontare di beni e servizi, che soddisfano il consumo finale degli operatori.
Secondariamente, esiste un altro valore della moneta in funzione delle transazioni, ossia che si riferisce all’insieme di beni e servizi, di qualsiasi specie, di cui essa attua l’evento dello scambio.
La scelta tra questi due metodi d’analisi è indifferente, perché ciascuno dei due schemi, nel proprio ambito operativo, presenta i propri vantaggi, come ammette giustamente lo stesso Robertson. Ora:
“noi possiamo porre la nostra attenzione o sulla quantità di moneta in essere in un dato istante, oppure sul flusso della moneta che è usata in un dato periodo di tempo”.

Dalla lettura di questo passo, emerge molto chiaramente, l’idea che, accanto all’immagine suggestiva della moneta che “sta”, vista cioè nella sua entità di saldo o di giacenza di cassa, s’impone altresì lo studio della moneta che si muove, che “vola”, come scrisse Robertson. In altre parole, alla conoscenza della quantità di moneta di cui un sistema economico dispone, deve necessariamente affiancarsi la considerazione del ruolo della moneta in azione nel circuito, del numero dei passaggi o degli schemi di pagamento, che essa compie in un preciso lasso di tempo, ossia della sua velocità di circolazione.

Nel suo lavoro, Robertson traduce, con un linguaggio più analitico, le sue proposizioni sulla distinzione del valore che la moneta può assumere, in funzione della grandezza del reddito e, contemporaneamente, in relazione del metro delle transazioni.
In dettaglio, egli indica con R il reddito sociale reale lordo, M la quantità di moneta, T il volume annuo degli scambi in termini reali, K la percentuale di reddito nazionale che gli operatori desiderano trattenere sotto forma liquida e, infine, con P il livello dei prezzi di beni e servizi che compongono il reddito.

Pertanto, la scheda della domanda di moneta in termini di reddito è data dalla seguente espressione;
M=PKR

Da una simile formulazione, si ricava, agevolmente, l’idea che, la domanda di moneta dipenda dall’ammontare della stessa che la collettività desidera avere in termini di beni e servizi, nella loro qualità di consumatori. Ciascuno, infatti, conserva uno stock di moneta, corrispondente in valore ad una quota del reddito reale, che consegue in un dato intervallo temporale (di solito, viene considerato l’anno). Il soggetto, quindi, valuta, al margine, la propria convenienza a tenere moneta in misura conveniente ad una certa dose di beni e servizi, favorendo un aumento del livello del consumo.

In questo modo, si stabilisce un definito legame tra la quantità di moneta richiesta e la sua velocità di circolazione. Se gli operatori preferiscono trattenere rilevanti giacenze di cassa in termini reali, ne discende che la velocità di circolazione abbia un tenore basso; di converso, qualora si detengono modeste risorse monetarie, allora è intuibile che la velocità di circolazione sarà alta.
Naturalmente, a parità di reddito, come precisa lo stesso Robertson:

“la quota del reddito annuale reale di cui i singoli desiderano poter disporre in termini di moneta è la velocità annuale di circolazione della moneta rispetto al reddito capovolta”;

In sostanza, il parametro K può essere letto, dunque, come il reciproco della velocità di circolazione della moneta rispetto al reddito.
In simboli, K=1/V

Con i medesimi accorgimenti formali può essere costruita la funzione della domanda di moneta in relazione agli scambi, specificando che V rappresenta la velocità di circolazione della moneta riferito alle sole transazioni, P il livello dei prezzi dei beni e dei servizi che entrano in gioco in tutte le transazioni, e, infine, K esprime il rapporto tra disponibilità monetarie e tutti gli scambi.

Pertanto, la scheda della domanda di moneta in termini di transazioni assume la seguente configurazione:
M=PKT

Il valore della moneta, secondo le condizioni di questa equazione, cambia inversamente rispetto alla quantità disponibile, o in altre parole:
“il livello generale dei prezzi varia direttamente rispetto alla quantità di moneta disponibile, tenendo però conto non soltanto del volume dei beni di cui s’intenda disporre entro un dato tempo, ma anche dalla frequenza con la quale ciascuno di essi cambia di mano”.

Ne discende che la domanda di moneta è fortemente condizionata dalla sua velocità di circolazione, essendo legata ad essa da un vincolo inverso. Tanto più elevata è la velocità di circolazione, tanto più bassa, relativamente alle transazioni, è la quantità di moneta che l’operatore è tenuto a possedere, e viceversa.
Con il pensiero di Robertson, la teoria quantitativa della moneta, assumendo ormai a proprio fondamento il concetto di giacenza di cassa in termini reali, definisce la moneta come consistenza, detenuta dal pubblico oltre che per le normali esigenze di scambio, anche e soprattutto per soddisfare il bisogno dei singoli di disporre sempre della capacità d’acquisto desiderata.
La versione della teoria quantitativa di Robertson, si arricchisce di un nuovo contenuto perdendo, di conseguenza, in parte dell’astratto originario rigore che offriva l’antico modello.
Infatti, mentre in Fisher l’obiettivo più rilevante del suo lavoro è il processo di determinazione del valore della moneta, Robertson, ora, sostituisce, all’analisi meccanica tra variazione monetaria e crescita proporzionale dei prezzi, una relazione che rifletta le scelte compiute volontariamente dai soggetti. Con il suo metodo, inoltre, si attenua fortemente il distacco interpretativo tra la rigida formulazione teorica quantitativa e la realtà, in quanto Robertson accentua la consapevolezza delle ripercussioni sull’attività economica in seguito ai mutamenti della quantità di moneta e della sua velocità di circolazione.

Sotto un profilo formale, con la riflessione di Robertson, che affina ulteriormente il metodo d’indagine seguito dalla scuola di Cambridge, si passa da un concetto flusso di moneta ad un problema di giacenza media della stessa nell’economia, che viene espressa dalla percentuale di risorse che si desidera trattenere in termini di potere d’acquisto.

L’impostazione del modello di Robertson, quindi, fornisce il supporto teorico per la comprensione dei fattori che influenzano le abitudini degli individui e le variazioni della velocità di circolazione, esaltando, in particolare, la caratteristica di fondo di valore della moneta.
A partire dalla pubblicazione della sua opera A Treatise on Money, (1930), nasce una convinta insoddisfazione di Keynes per la teoria quantitativa della moneta.

Questa impostazione, egli denuncia, si occupa dell’analisi della quantità totale di moneta in sé, ma non si preoccupa dei fini per cui è impiegata, mentre una teoria monetaria dovrebbe trattare i problemi in modo dinamico, evidenziando i nessi causali tra la variabili economiche.
Nel suo lavoro, infatti, Keynes fornisce una riflessione critica accurata riguardo, sia alla tradizionale interpretazione di Fisher, che alle successive costruzioni teoriche della scuola di Cambridge (in particolare, i modelli di Pigou e di Robertson).

A queste impostazioni quantitative, Keynes, infatti, solleva alcuni appunti fondamentali, che minano la loro validità concettuale: anzitutto, l’autore riconosce l’imprecisione e la confusione degli indici dei prezzi e la loro scarsa rappresentabilità del valore della moneta. Secondariamente, la mancanza di sviluppi causali nelle analisi, per cui, rimanendo incerto il rapporto tra gli eventi causali e le conseguenze, non giustifica pienamente il discorso del collegamento automatico, supposto dalla teoria quantitativa, tra variazione della quantità di moneta e del livello dei prezzi.
Muovendosi in questa direzione, Keynes afferma che la teoria di Fisher e lo schema di Pigou sono difficilmente comparabili tra loro, poiché l’indice dei prezzi che dovrebbe misurare il potere d’acquisto della moneta nei due modelli, è profondamente diverso e completamente insoddisfacente.
Pigou, invero, stimando il valore delle disponibilità monetarie in termini di grano, evita piuttosto che risolvere, la questione della dinamica dei prezzi. L’obiettivo di fondo di qualsiasi equazione quantitativa, tuttavia, come ribadisce Keynes, è scoprire non il prezzo del grano, bensì il potere d’acquisto della moneta.

Nella formula di Fisher, invece, la variabile P, secondo il pensiero di Keynes, è un indice “guazzabuglio”, perché include un insieme ponderato dei prezzi nelle transazioni attuali, di cui i vari beni sono oggetto sul mercato, il che comporta, inevitabilmente, una serie di complicazioni nel calcolo delle grandezze che entrano nel computo.
Di fronte alla scarsa attendibilità dei due indici dei prezzi introdotti da Fisher e da Pigou, Keynes accentua non solo l’importanza delle abitudini degli individui, ma soprattutto l’influenza del comportamento del sistema bancario nella determinazione del livello dei prezzi.
In questo modo, il celebre economista perviene alla definizione di una nuova equazione, ossia P=M/C, dove il numeratore M, rappresenta il volume totale delle scorte nominali monetarie e il simbolo C indica il valore reale della moneta.
L’innovativa formula di Keynes, quindi, ha l’indiscutibile pregio di porre in risalto, il ruolo complessivo delle parti che hanno, rispettivamente, i banchieri e i singoli nell’indicazione del livello dei prezzi. Così, precisa giustamente l’autore:

“il volume delle disponibilità monetarie dipende dalle decisioni dei banchieri ed è creato da loro. Il volume delle disponibilità reali dipende dalle decisioni dei depositanti ed è creato da loro. Il livello dei prezzi è la risultante dei due ordini di decisioni ed è misurato dal rapporto del volume delle disponibilità monetarie con quello delle disponibilità reali”.

Secondo l’opinione di Keynes non è più convincente spiegare l’evoluzione dei prezzi come un fatto meccanico ricondotto alla rigidità dei fattori istituzionali e strutturali che condizionano la velocità di circolazione, o come una questione ascrivibile esclusivamente alle scelte personali degli operatori.

La formulazione di Keynes, che in sé è ricavabile dalla teoria di Pigou e di Robertson, infatti, avanza un suggerimento interpretativo diverso. In simboli:
P=M/KR

La scuola di Cambridge aveva dato una lettura della teoria quantitativa, ponendo in rilievo che il problema dei prezzi fosse collegato alle preferenze dei soggetti circa la quantità di moneta che essi decidevano di conservare; si potevano registrare variazioni del potere d’acquisto della moneta in relazione al differente fabbisogno liquido richiesto negli schemi di pagamento, sempre tenendo però sotto la dovuta attenzione il comportamento del pubblico.

Al contrario, Keynes delinea un quadro teorico nel quale il fenomeno del livello generale dei prezzi discende dalla interazione di due ordini di scelte.

1) Da un lato, le banche che disciplinano la quantità nominale di moneta offerta, che non rappresenta più una grandezza totalmente esogena al sistema, dal momento che M è composto da moneta legale e quella bancaria; in particolare, con quest’ultima le autorità bancarie rispondono agli stimoli che provengono dal funzionamento dell’assetto economico. Ciò dimostrerebbe, quindi, che non esiste una assoluta garanzia riguardo alla conclusione di Fisher, secondo cui una certa modificazione dello stock di moneta si trasmette proporzionalmente sull’andamento dei prezzi.

2) Dall’altro lato, sono determinanti le previsioni di spesa degli operatori. Le decisioni dei singoli di acquistare, vendere o astenersi dal consumo, ai livelli dei prezzi esistenti, sono motivate dall’opportunità di diminuire, aumentare, o lasciare invariate le loro disponibilità monetarie reali.

Pertanto, secondo la posizione di Keynes, in condizioni economiche normali, si instaura una perpetua corrente di scambio tra potere d’acquisto e beni e viceversa, che fa crescere momentaneamente le risorse monetarie liquide e le scorte reali di alcuni individui e fa diminuire quelle di altri, lasciando il complesso delle disponibilità della collettività approssimativamente costante.
Quindi, il collegamento già accennato da Pigou tra variazione del valore reale della moneta, stabilito dalle soluzioni degli operatori, e i prezzi ha, a questo punto, nella nuova trattazione teorica di Keynes il suo pieno riconoscimento. Infatti, conclude Keynes:

“la teoria quantitativa della moneta è stata troppo spesso enunciata in modo unilaterale dal volume delle disponibilità monetarie create dalle banche. Il livello dei prezzi può venire influenzato proprio allo stesso modo dalle decisioni dei depositanti di variare l’entità delle disponibilità reali che essi (i depositanti) tengono, come dalle decisioni delle banche di variare gli importi delle disponibilità monetarie che esse (le banche) creano”.

di Nicola Simonetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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