La tesi sul ciclo economico

di Dennis Holme Robertson

Prima ancora che le vicende della prima metà degli anni trenta sconvolgessero lo scenario competitivo dei mercati mondiali, creando una cronica disoccupazione e il ristagno dell’attività produttiva, l’attenzione degli economisti si è spostato dai temi dell’equilibrio economico generale allo studio delle forze che rendevano instabile l’andamento dei prezzi.
Tra questi autorevoli esperti si distinse la riflessione teorica di Dennis Robertson, che, con la sua acquisita conoscenza dei problemi monetari, ha affrontato con insistenza l’argomento, intuendo nell’importanza del meccanismo del risparmio “forzato” la spiegazione delle ondate inflazionistiche.

Il suo terreno d’analisi si presenta come una puntuale critica alle opinioni generalmente condivise dal pensiero economico, allora dominante, e, soprattutto, all’idea che attribuiva l’esistenza del ciclo esclusivamente a profondi mutamenti monetari. Robertson, al contrario, ha voluto dimostrare come l’origine della fluttuazione della produzione industriale fosse riconducibile alle caratteristiche tecniche ed istituzionali del sistema e che, nel contempo, la sua ripercussione nel circuito economico, come precisa l’autore, “difficilmente poteva essere disgiunta da una certa instabilità del livello dei prezzi”.

In sostanza, lo scopo del suo modello teorico consiste nel spiegare che il movimento ciclico della produzione e la concomitante oscillazione dei prezzi non scaturiscono necessariamente da errori di valutazione degli operatori e delle autorità monetarie, ma dalla particolare articolazione della struttura economica e anche dal diverso potere di influenza, nel mercato, dei soggetti nel prendere importanti decisioni relativamente al volume del risparmio e alla formazione del capitale.

A questo proposito, l’autore elabora un mondo economico, nel quale operano tre categorie, che, secondo il pensiero di Robertson, ritenendole perfettamente consapevoli delle loro preferenze e convenienze, sono in grado di influenzare la produzione.

Anzitutto, dobbiamo considerare il comportamento decisivo del complesso bancario, e quindi, alle conseguenze del suo modo di agire nell’ambito del sistema produttivo. Le banche, infatti, tramite una politica di determinazione autonoma del saggio monetario dell’interesse, soprattutto in una “economia di puro credito”, in assenza di restrizioni e di pressioni esterne, adempiono la funzione di immettere nel mercato continui flussi di moneta, mediante la concessione di prestiti agli imprenditori, in relazione ai loro programmi di investimento.

In secondo luogo, l’autore pone l’attenzione sul gruppo degli imprenditori, che rappresentano, come disse lo stesso Robertson, il “mondo degli affari”. Questi soggetti stabiliscono, in pratica, l’ammontare del livello degli investimenti sulla base delle loro aspettative di profitto; infatti, essi ottengono, senza limiti, il capitale dalle autorità monetarie e, di conseguenza, acquistano sul mercato, manodopera e strumenti destinati alla produzione.

Infine, per completare il quadro economico di riferimento, rimangono da sottolineare le scelte dei consumatori (ma anche risparmiatori), che ricevono il potere d’acquisto dal loro salario; questo gruppo ne può disporre, decidendo quanto spendere in beni di consumo e quanto risparmiare presso le banche, o semplicemente trattenendolo in forma liquida.

Dalla dinamica combinazione dei loro comportamenti e dalla perfetta interazione delle rispettive decisioni (banche, imprenditori, consumatori e risparmiatori), il mercato, come sostiene Robertson, avrebbe raggiunto la situazione d’equilibrio, subordinata cioè alla condizione di uguaglianza tra il risparmio e l’investimento, con la conseguente determinazione dei prezzi relativi ed assoluti.
In merito alla configurazione di questa posizione ideale, possiamo dire che il mercato stesso, attraverso la formazione di prezzi d’equilibrio, rendeva compatibili fra loro le scelte degli operatori. Da un lato, infatti, si garantiva ai consumatori e risparmiatori l’occasione di comprare beni di pronto consumo al livello programmato, ma anche di incassare un premio per il risparmio depositato presso gli istituti di credito. Dall’altro lato, gli imprenditori altresì raggiungevano un significativo risultato, in quanto riuscivano a vendere l’intera produzione pianificata, e ciò generava, naturalmente, positivi auspici per la realizzazione di programmi di investimenti a lungo termine, da impiegare nel ciclo successivo. In questo scenario, si inserisce l’azione delle banche, che, ricevendo l’attesa fonte di risparmio dalla collettività, assumevano una funzione di filtro tra le decisioni di risparmio e quelle d’investimento, consentendo, quindi, di trasferire risorse monetarie dalle mani dei consumatori e risparmiatori a quelle dei produttori. Pertanto, nella definizione di una simile posizione ottimale di equilibrio del sistema, il livello dei prezzi non poteva che mantenersi stabile, dal momento che le esigenze dello scambio e la scala di produzione venivano integralmente soddisfatte dalla quantità di moneta presente in circolazione sul mercato.

Più articolata, di converso, come sostiene l’autore, si presenta la disamina della presunta corrispondenza fra le decisioni degli operatori in un realistico contesto di disequilibrio. Partendo da un certo vincolo produttivo, infatti, le convinzioni del gruppo imprenditoriale relative alla determinazione dell’esatto ammontare di beni strumentali e di consumo da produrre e le preferenze dei consumatori nella ripartizione del risparmio, si pongono, ora, su due piani differenti. Di conseguenza, questa circostanza provoca che l’equilibrio originario nel mercato dei beni e dei servizi venga irrimediabilmente spezzato, dato che la domanda e l’offerta di fondi non trovano un pieno accordo con le decisioni di risparmio.
Per ovviare a questo squilibrio nel mercato dei beni, Robertson, in un’economia di “puro credito”, nell’ipotesi di una carenza del risparmio, ammette che il processo di riaggiustamento possa compiersi adottando una particolare soluzione: vale a dire, favorire l’espansione incondizionata del credito bancario al fine di finanziare lo sforzo produttivo delle imprese. Il ricorso a questo strumento, tuttavia, genera una sequenza di importanti ripercussioni nel circuito economico, su cui è necessario soffermarsi.

In effetti, l’introduzione sistematica del credito bancario nello schema dello scambio e nella fase produttiva, immette, naturalmente, un flusso addizionale di spesa monetaria. Questo aspetto valorizza maggiormente il potere d’acquisto delle famiglie e ciò determina l’effetto spontaneo di far crescere i prezzi; una volta che essi salgono rapidamente, assisteremo, quindi, a una inevitabile riduzione del consumo, o “risparmio forzato”, e ad un parallelo incremento delle riserve monetarie, o “risparmio indotto”.

Per comprendere il senso di questo ragionamento, possiamo vedere quanto scrive, in proposito, l’economista Robertson:

“una privazione spontanea corrisponde a ciò che viene ordinariamente chiamato risparmio, e non richiede, quindi, ulteriori specificazioni. La definizione di privazione automatica, o risparmio forzato, va affrontato indirettamente. Ogni volta che un aumento del flusso di moneta che giunge sul mercato impedisce ad alcune persone di consumare beni che altrimenti avrebbe consumato, ha luogo una compressione automatica dei consumi. Una causa di tale compressione automatica dei consumi è la decisione da parte di alcune persone di ridurre la loro detenzione di moneta o, come si può dire, di detesoreggiare. Un’altra causa è la spesa di moneta di nuova creazione da parte del settore pubblico, o di individui privati. Ciascuno di questi processi mette in circolazione un flusso giornaliero addizionale di moneta, che entra in competizione con il flusso giornaliero primario per l’acquisto del flusso giornaliero di beni commercializzati, assicura una parte di quest’ultimo flusso a coloro da cui proviene il flusso addizionale di moneta, e così priva il resto della collettività di un consumo di cui avrebbe altrimenti goduto”

Nello stesso tempo:

“una privazione indotta, o risparmio indotto, ha luogo quando, avendo lo stesso processo che impone ad alcune persone una privazione automatica, ridotto anche il valore reale delle loro scorte di moneta, queste persone sottraggono alla circolazione un certo ammontare di moneta, e si astengono dal consumare l’intero valore della loro produzione corrente, al fine di riportare il valore delle loro scorte di moneta al livello che ritengono appropriato”

Pertanto, in una situazione di disequilibrio dell’economia, le decisioni di investimento alterano la distribuzione delle risorse programmate in spese di consumo e in risparmi da parte dei consumatori. La dimensione del risparmio volontario non costituisce, allora, più un vincolo decisivo per i piani di investimento, ma, al contrario, questi, finanziati dal credito bancario, diventano la variabile indipendente del sistema, che consente di canalizzare verso l’accumulazione di capitale una porzione delle risorse riservate dalla collettività al consumo di beni.
L’importanza di questa considerazione consente, quindi, di superare il collegamento teorico fra risparmi e investimenti, che si ereditava dagli insegnamenti della tradizionale visione neoclassica.

di Nicola Simonetti [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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