Mobilità del fattore Lavoro: da Krugman a Venables

Il meccanismo di causazione cumulativa descritto da Krugman (1991) poggia sull'ipotesi di un’elevata mobilità dei lavoratori. Quest’ ipotesi, se può essere considerata plausibile per un’area integrata come gli Stati Uniti, non è certamente realistica nel caso dell’Unione Europea, dove la mobilità internazionale ed interregionale dei lavoratori è molto limitata.
Come si può spiegare il fenomeno dell’agglomerazione spaziale dell’attività economica in assenza di mobilità della forza lavoro, ovvero in assenza di esternalità di domanda generate dalla spesa locale dei lavoratori delle altre imprese?

La risposta a questa domanda viene offerta da Venables (1996), il quale osserva che le imprese tendono ad agglomerarsi non solo grazie ai processi migratori e quindi alla domanda generata dai lavoratori delle altre imprese, ma anche in seguito ai legami input-output tra le imprese stesse (forward e backward linkage). In molti settori industriali, le imprese sono, infatti, legate da relazioni input-output: l’output di un’impresa rappresenta l’input per un’altra: si pensi alla produzione di tessuti (settore a valle) e di macchine utensili per la tessitura (settore a monte), oppure all’assemblaggio di aeromobili (settore a valle) e alla meccanica di precisione (settore a monte). In presenza di rendimenti crescenti di scala, questi legami danno luogo ad esternalità di domanda: la crescita dell’output del settore a valle accresce la domanda di beni intermedi che essa consuma e consente al settore a monte di produrre ad una scala più efficiente; la crescita dell’output (dell’offerta) del settore a monte porta ad una riduzione del prezzo dei beni intermedi e quindi dei costi di produzione delle imprese del settore a valle.
La scarsa propensione all’emigrazione interregionale ed internazionale in Europa.

In Europa la propensione all’emigrazione della forza lavoro da un paese all’altro ed anche all’interno dei singoli paesi è limitata. La bassa mobilità internazionale è in parte determinata dalle barriere culturali e linguistiche. Questi fattori non possono, invece, aiutare a spiegare la bassa propensione alla migrazione interregionale all’ interno dei singoli paesi. Certamente occorre considerare la mancanza di incentivi alla mobilità. In molto paesi europei le differenze interregionali dei livelli salariali per lavori simili sono relativamente basse.

In teoria, anche in presenza di livelli salariali molto simili, le differenze regionali nella probabilità di trovare lavoro si dovrebbero tradurre in differenze regionali nel reddito atteso (incentivi all’emigrazione. Gli studi empirici tendono però a non trovare una relazione tra migrazioni regionali in Europa e differenziali di disoccupazione. Il problema è che l’elevato tasso medio di disoccupazione rende la probabilità di trovare lavoro ovunque troppo bassa per innescare movimenti migratori di massa. Inoltre, le inefficienze nel processo job-matching (incontro tra domanda e offerta di lavoro) possono determinare una scarsa probabilità per una persona di trovare lavoro in una regione diversa dalla propria. In alcuni paesi, come l’Italia, inoltre, i disoccupati fanno affidamento sulle reti familiari per trovare lavoro, reti che ovviamente sono molto meno efficaci all’esterno della regione di origine. Occorre, inoltre, considerare che l’aumento di reddito può aver reso le persone più sensibili nel tempo alle amenità (clima, paesaggio, ecc.) presenti nella propria regione di origine. Il sostegno familiare e del governo potrebbero anche aiutare a spiegare il declino della propensione a migrare. Infine, i costi di transizione nell’acquisto delle case e le difficoltà di trovare case in affitto possono anche giocare un ruolo preminente nello scoraggiare la mobilità interregionale.

Venables (1996) incorpora questa idea in un modello in cui il processo di causazione cumulativa emerge in maniera molto simile a quello descritto nel modello di Krugman (1991). Mentre in Krugman, però, un aumento del numero di imprese in una regione accresce la domanda dei prodotti delle imprese che operano in quella regione attraverso la spesa dei lavoratori in essa attratti (l’esternalità di domanda è quindi generata dalla spesa dei lavoratori delle altre imprese), in Venables (1996), non essendovi mobilità interregionale del lavoro, la maggiore domanda (quindi l’effetto dimensione del mercato) proviene dalla spesa per beni intermedi da parte delle nuove imprese entrate nella regione. Oltre alle esternalità da domanda (forward o demand linkage), nel modello di Venables (1996) c’è però anche un’esternalità da costi (backward o cost linkage) derivante dal risparmio nel costo dei beni intermedi.

Rispetto al modello di Krugman ci sono due modifiche importanti nelle ipotesi iniziali. Innanzitutto, assumiamo che vi sia un solo fattore di produzione, A,immobile tra le regioni.

Questo fattore è utilizzato non solo come unico input nella produzione del bene Y, ma anche come input nella produzione del bene X, nella quantità fissa richiesta f. Inoltre, il costo marginale di produzione, c, nel settore X è pagato in termini del bene differenziato stesso. Pertanto, X è domandato sia come bene finale dai consumatori A, sia come bene intermedio dalle N imprese.

Per semplicità, assumiamo che vi sia lo stesso grado di sostituibilità tra le varietà del bene X a prescindere dal fatto che vengano utilizzate dai consumatori come beni finali o dalle imprese come beni intermedi.

Innanzitutto, con l’aumento di n, la competizione diventa più forte e ( , t) diminuisce (effetto competizione). A parità di altre condizioni, ciò farà spostare la funzione di domanda verso l’origine riducendo i profitti.

Infine, l’ingresso di nuove imprese nella regione 1 fa crescere la domanda per beni intermedi, cosicché il mercato della regione 1 si espande (effetto dimensione del mercato). In termini grafici, l’espansione del mercato implica uno spostamento verso destra dell’intercetta orizzontale della curva di domanda.
Anche in questo caso, la prevalenza di uno dei tre effetti (effetto dimensione del mercato, effetto competizione ed effetto costo) sugli altri dipende dai valori dei parametri del modello.

L’effetto competizione è forte se i beni sono buoni sostituti (b è grande) e se i costi di trasporto sono rilevanti (t è grande).
L’effetto domanda del mercato è forte se la domanda da parte delle imprese è importante rispetto alla domanda dei consumatori (A è piccolo) e se ciascuna impresa richiede un piccolo ammontare di fattori A per avviare l’attività (f è piccolo). L’agglomerazione è quindi un equilibrio sostenibile quando i beni X sono cattivi sostituti, i costi di trasporto sono bassi e la domanda finale è piccola rispetto alla domanda per beni intermedi.

Si può notare che, mentre nel modello di Krugman elevati rendimenti di scala interni (f è alto) favoriscono l’agglomerazione, nel modello di Venables elevati rendimenti di scala interni favoriscono la dispersione. Il motivo è che, mentre nel modello di Krugman la domanda addizionale proviene dai proprietari del fattore L che emigrano insieme alle imprese dalla regione 2 alla regione 1, nel modello di Venables la domanda addizionale proviene direttamente dalle imprese. Pertanto, mentre in Krugman un forte effetto dimensione del mercato richiede che poche imprese incontrino la domanda di molti proprietari del fattore L, in Venables accade il contrario.

di Gennaro Giordano [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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