Le teorie dell’internalizzazione e dei costi transazionali

Il concetto di internalizzazione dei mercati, cui hanno contribuito soprattutto gli inglesi Buckley e Casson (1976), si ispira all’originario contributo di Coase, che sul finire degli anni trenta aveva proposto una concezione dell’impresa come organizzazione efficiente che sotto certe condizioni sostituisce vantaggiosamente il mercato nell’organizzare gli scambi economici. Buckley e Casson vedono l’IMN come un “mercato interno”, una sorta di sistema di allocazione delle risorse tra unità decentrate internazionalmente che consente di eliminare sia imperfezioni che ostacoli di natura economica, di sociale ed internazionale. Ne consegue una concezione tutta “positiva” dell’IMN, nella misura in cui essa è in grado di incrementare l’efficienza globale del sistema produttivo quando i suoi costi interni di coordinamento risultano inferiori ai costi di utilizzo del mercato (Micelli, Di Maria, Chiarvesio, 2003).

Tale visione si contrappone a quella più problematica delle teorie oligopolistiche, soprattutto da parte di autori (come Hymer) che analizzano il comportamento dell’IMN in termini dell’esercizio di potere di mercato.

Un importante sviluppo di questo filone interpretativo della presenza dell’IMN si deve a Williamson, Caves e Teece, che hanno ricondotto il concetto di internalizzazione nell’ambito della più generale teoria dei costi transazionali. Come noto, tale teoria misura le efficienze relative a diverse strutture di governo delle transazioni (nel nostro caso l’IMN rispetto a rapporti di mercato tra imprese operanti sui singoli mercati nazionali) sulla base dei costi di produzione e dei costi di transazione (ovvero i costi legati alla ricerca del cliente, alla gestione delle negoziazioni, alle condizioni contrattuali, alla funzione di monitoraggio, all’esecuzione dei contratti, ecc.).

Le imprese vivono in un contesto ove fattori ambientali ed umani ostacolano le relazioni di scambio. L’incertezza e la complessità dell’ambiente, le asimmetrie tra le parti nella distribuzione delle conoscenze e delle informazioni, le condizioni di razionalità limitata e di moral hazard in cui si compiono le scelte dei decisori e i comportamenti opportunistici, sono tutti fattori che contribuiscono alla sostanza dei costi transazionali che pesano maggiormente se l’azione si svolge in un contesto internazionale (in cui si aggiungono, ad esempio, differenze linguistiche, culturali, tecnologiche, di struttura sociale e socio-politica).

Questi elementi possono lievitare fino a rendere il mercato una struttura di governo delle transazioni inefficiente rispetto a meccanismi non market che nella situazione estrema portano alla completa internalizzazione gerarchica delle transazioni, con la nascita di un’organizzazione quale l’impresa multinazionale divisionale che risulta efficiente grazie alle sue capacità di coordinamento,di controllo,di adattamento e di monitoraggio delle attività e dei comportamenti relazionali. In definitiva, nell’ottica dell’approccio dei costi transazionali, l’organizzazione degli scambi internazionali, dal mercato agli IDE attraverso le forme intermedie di internazionalizzazione, è il risultato del confronto tra vantaggi e svantaggi associati alle diverse strutture di governo, valutati assumendo la transazione quale unità base dell’analisi.

Applicando le categorie analitiche dell’analisi transazionale allo studio degli scambi internazionali, la scelta tra le diverse modalità di internazionalizzazione dell’impresa sarà il risultato del confronto tra vantaggi e svantaggi associati alle diverse strutture di governo delle transazioni e ai trade–offs rispetto ai costi di produzione.Caves e Teece propongono tale ottica nell’esaminare l’IMN nei suoi sentieri di espansione internazionale, in relazione sia al processo di integrazione orizzontale dell’impresa oltre i propri confini nazionali, sia al processo di integrazione verticale a valle o a monte delle attività dell’impresa.

di Alexandro Lupis [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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