Innovazione tecnologica e vantaggio competitivo, un binomio strategico in crisi: il caso Cina

In questi ultimi anni le nuove tecnologie dell’Information Communication Technologies (ICT), stanno assumendo un ruolo sempre più importante nello sviluppo economico dei Paesi più avanzati e nella formazione di nuovi comportamenti sociali. Tutto vero, ma sembra presentarsi alle porte un nuovo fenomeno, implicitamente e di riflesso generato dagli stessi processi innovativi, che inglobano dinamiche endemiche in grado di ridurre i margini competitivi da loro stessi generati. Da una prima analisi, tutto questo può apparire un parossismo, ma tale non è, in quanto si sta delineando per le tecnologie una crescente capacità di diffusività, legata ad una loro minore complessità di implementazione. Nessuno oggi è così tanto sprovveduto da confutare l’affermazione che Internet ha incrementato la diffusione di conoscenze, sia da un punto di vista spaziale che temporale. Le software house stanno sviluppando applicativi sempre più semplici ed intuitivi per gli utenti e questo riduce i loro tempi di apprendimento e, quindi, complessivamente, i tempi di adozione da parte delle imprese. È possibile a questo punto individuare, tra quanto affermato fino ad ora, una condizione di forte consonanza con l’incredibile sviluppo economico di cui sta beneficiando la Cina da quasi 20 anni. Molti economisti hanno asserito che questo colosso economico e demografico sarà la locomotiva che guiderà lo sviluppo economico mondiale più degli Stati Uniti nei prossimi 50 anni. La Cina sembra aver bruciato le tappe principali dei modelli teorici tradizionali, che hanno descritto da sempre le traiettorie evolutive dei Paesi. Gli enormi investimenti esteri che sta catalizzando da anni, spiegano solo in parte la crescita del Paese, in quanto l’anomalia risiede esclusivamente nell’eccessiva rapidità del suo sviluppo. Sino a qualche anno fa, molti osservatori paventavano l’ipotesi che il gigante asiatico sarebbe esploso, e il suo sviluppo sfiancato da un processo inflazionistico generato dalla sua stessa crescita economica, cosa già accaduta, in un passato abbastanza recente, ad alcuni Paesi dell’America Latina e dello stesso Sud-Est Asiatico. È una situazione a cui molti studiosi stentano a dare risposte soddisfacenti: è sotto gli occhi di tutti che il boom economico della Cina non sembra ridimensionarsi, alla luce soprattutto del fatto che anche quest’anno la sua crescita economica sarà ancora in doppia cifra (o quasi). Credere che le motivazioni che sono dietro questo miracolo economico, siano da ricondurre ad unica variabile, è sicuramente fuorviante e non aiuta di certo a dare delle risposte esaustive. Escludere dalle concause dello sviluppo economico cinese fattori che esulano dallo studio delle scienze economiche, limita di certo lo spettro dell’analisi, e quindi di conseguenza inficia l’attendibilità dei suoi risultati. È anche vero, però, che su alcune variabili analitiche, riguardanti sostanzialmente l’ordinamento istituzionale interno del Paese e l’enorme disponibilità di forza lavoro a basso costo, si sono già sprecati fiumi di inchiostro, che a parere di chi scrive hanno comunque fornito qualche elemento di riflessione importante. Di converso, però, si è detto ancora poco o nulla sulle ragioni di ordine competitivo-tecnologico alla base del “fenomeno Cina”, le quali stanno radicalmente modificando la geografia economica del mondo. La complessità del mercato cinese è dovuta sostanzialmente alla mancanza, tuttora, di molte infrastrutture di base, alla mancanza (ancora) di una tutela adeguata dei marchi e delle produzioni, nonché ad una profonda diversità/eterogeneità socio-culturale del suo mercato. Tutto questo sta orientando le nostre imprese sulla scelta di modalità di internazionalizzazione verso quel mercato, incentrate in gran parte sulla costituzione di joint-venture con partner locali. Una scelta largamente condivisibile data la dimensione media delle nostre imprese e la già ricordata complessità di questo mercato asiatico. Ad onor del vero, tale strada è stata percorsa anche da importanti multinazionali americane ed europee, quindi non è da considerarsi una peculiarità tipica del processo di internazionalizzazione del nostro sistema imprenditoriale. Le joint-venture sono strumenti di cooperazione aziendale, che contemplano solitamente la condivisione di risorse tra imprese, nel caso specifico della Cina, gli operatori stranieri mettono a disposizione le tecnologie, il know-how, le competenze manageriali, ed invece i partner locali forniscono forza lavoro e una conoscenza tangibile del mercato di riferimento. Si sta quindi verificando un trasferimento importante di conoscenze verso le imprese cinesi che, soprattutto nel settore manifatturiero, sta rendendo le esportazioni di questo Paese sempre più competitive sui mercati internazionali, proprio in quei comparti in cui il modello di specializzazione dell’economia italiana è maggiormente presente. A questo punto l’interrogativo che ci si pone è quello di capire quali siano le leve competitive che possono essere manovrate dalle imprese italiane, per conservare una posizione di primo piano sui mercati internazionali. Da ricercarsi sicuramente, in primis, nella consapevolezza di non poter beneficiare a tempo indeterminato di un vantaggio dell’ancora non ben delineato ombrello del made in Italy. Stesso discorso vale anche per lo sfruttamento pedissequo dell’innovazione tecnologica, che se non governata adeguatamente, non fornisce alcun vantaggio competitivo. Il focus delle imprese dovrà spostarsi necessariamente su una dimensione gestionale dei processi innovativi, che consentirà anche una ristrutturazione dei nostri distretti industriali in un’ottica internazionale. La capacità di creare un effettivo valore aggiunto, sarà rinvenibile nella presenza di competenze relative al governo dell’impatto organizzativo e strategico delle Ict. Le core competence saranno da ricercare nella capacità dell’impresa di utilizzare le Information Communication Technologies, come un veicolo per raggiungere in maniera più efficace i mercati-obiettivo (riducendo le asimmetrie informative), ma al tempo stesso anche come supporto per lo sviluppo di servizi sempre più innovativi. I processi tecnologici devono quindi essere riempiti di contenuti strategici: sia verso l’interno delle organizzazioni, attraverso la costruzione di nuovi modelli organizzativi, capaci di migliorare l’efficienza e la condivisione inter-funzionale delle informazione e delle conoscenze acquisite; sia verso il mercato di sbocco, mediante la creazione di una value proposition fondata non semplicemente sull’utilizzo delle nuove tecnologie, ma sulla possibilità di combinare il loro potenziale, con lo sviluppo dinamico di un’offerta aziendale differenziata e in linea con le richieste dei target di riferimento.

di Fabio Luciani [Visita la sua tesi »]

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