Debito Pubblico, Patto di stabilità, Argentina e futuro dei nostri figli

Periodicamente il Debito Pubblico ritorna a essere tema di attualità perché tale lo rendono soprattutto i mass media. Ora, per esempio, è di nuovo argomento da prima pagina perché è in corso un dibattito acceso, in Italia, Francia e Germania, sulla bontà delle regole fissate dal cosiddetto Patto di stabilità e di crescita (Amsterdam 1997, non Maastricht!) che impongono vincoli permanenti di politica economica ai paesi che l’hanno sottoscritto e che si sostanziano nell’imposizione di un limite al deficit e al debito pubblico che un paese membro non deve superare. In economia, ma anche in altre discipline, dare per scontati certi assunti non aiuta certo la comprensione ed presentare Deficit e Debito pubblico come realtà scontate con cui si deve naturalmente convivere in una specie di fatalismo economico, fa sì che un cittadino raramente vada a chiedersi quando e da cosa siano originate queste pratiche, e ancor meno si chieda se esista l'eventualità che di debito e deficit si possa fare a meno per vivere magari un po' più sereni. Ma cosa sono Deficit e Debito Pubblico? Diamo una semplice definizione: il deficit è il debito che lo Stato contrae in un anno, il Debito pubblico è la somma di tutti i deficit. C’è una stretta correlazione fra i due: il deficit è la causa ed il debito pubblico ne è la conseguenza. Per spiegare com’è nato il Debito pubblico dobbiamo andare un po’ lontano nel tempo e precisamente al tempo di Roma quando essa dovette fronteggiare le mire ambiziose dei Cartaginesi. Roma, per intraprendere la guerra contro Cartagine, chiese ed ottenne pubblicamente denaro dai suoi cittadini più benestanti. Così facendo, contrasse un debito di cui si servì per finanziare le guerre (quelle che vennero chiamate Puniche) che le permisero di togliere di mezzo un temibile avversario e quindi continuare la sua politica di espansione. Successivamente le testimonianze storiche non confermano che il ricorso all’indebitamento pubblico fosse una pratica né regolare, né sistematica. Per diventare tale si deve arrivare all’Inghilterra del 1720 allorchè il primo ministro Sir Robert Walpole assunse il Debito Pubblico al rango di strumento finanziario al servizio dell’espansionismo britannico. Lo studioso americano Scott Trask testimonia con efficaci parole il ruolo del debito nell’affermazione dell’imperialismo inglese: ''L’Impero britannico fu costruito, oltre e di più che con il sangue dei suoi soldati e marinai, con il debito pubblico'' (''The British Empire was built on more than the blood of its soldiers and sailors; it was built on debt.''). L'esempio inglese non sarebbe stato dimenticato dai padri del poco più in là nel tempo, nascente stato americano e in particolare dal Ministro del Tesoro, Alexander Hamilton (presidenza Thomas Jefferson). Nel 1790, Hamilton propose al Congresso un suo progetto per ripianare i debiti contratti dagli stati americani sostenuti da questi per la guerra di indipendenza. Con l’approvazione del piano da lui proposto, il governo federale si accollò tutti i debiti statali, a fronte dei quali fece emettere dei bond federali. Così nacque il debito pubblico degli USA.
Il debito pubblico italiano sorse analogamente, a seguito delle guerre di indipendenza e dei debiti accumulati, soprattutto dallo stato sabaudo.
Come si evince facilmente i debiti pubblici nazionali sono originati da situazioni di emergenza : le guerre in buona sostanza. Ma allora perché oggi in assenza di guerre esiste il debito pubblico? La macroeconomia ha scoperto che il debito ha un ruolo fondamentale come strumento di politica economica. La teoria economica classica ha infatti dimostrato, anche se empiricamente, che l'indebitamento nazionale ha un ruolo distributivo in quanto sposta risorse finanziarie dal settore privato al settore pubblico (con l'assunzione sottintesa che lo stato faccia un uso razionale ed intelligente di tale risorse). Anche la teoria monetarista (successiva a quella classica), pur contraria al debito, ne ammette implicitamente gli aspetti positivi per il breve termine, quando sostiene che nel lungo periodo il debito pubblico finisce per ridurre la domanda del settore privato annullandone gli aspetti positivi. L'odierna teoria economica non è concorde sulla valutazione nè di un elevato debito pubblico né di un elevato disavanzo sul livello di attività economica. A tal proposito Olivier Blanchard dice: ''In realtà, un disavanzo pubblico elevato non è né un bene, né un male''. In attesa di una indicazione concorde da parte degli economisti i governi continuano ad accumulare debiti pubblici sempre più crescenti (ci riferiamo ai paesi più importanti: USA, Giappone, Italia). Ma perché lo fanno? La risposta non è delle più difficili: il debito pubblico permette allo Stato di non attuare una politica fiscale troppo severa che si traduce nel non esigere maggiori tasse per coprire la spesa pubblica ( perché parzialmente appunto coperta dal debito) e così lo Stato non si rende impopolare. Altra domanda: perché lo Stato, tutto sommato, è piuttosto indifferente al crescere del debito? A differenza del debito del privato che, prima o poi deve essere ripagato, il debito pubblico allorché è ripagato si rifinanzia con nuovo debito e così via, in perpetuo. Ma allora dove sta il problema del debito? Ci sono almeno due aspetti molto importanti connessi, quello dell’uso del debito e quello della sua sostenibilità, pena l’insolvibilità.
Se l’uso del debito è finalizzato a fare dei buoni investimenti è fare sana politica finanziaria, se invece buona parte di esso finisce nel pagamento degli interessi sul debito stesso, l’uso diventa sterile e quindi cattivo. L’uso è strettamente connesso alla questione della sostenibilità.
Qual è la soglia del debito che non si deve oltrepassare perché questo non diventi insopportabile? Probabilmente è quella a partire dalla quale gli interessi sono così ingenti da mettere in serio pericolo le casse dello Stato. Forse l’Argentina aveva oltrepassato questa soglia lo scorso anno quando, rendendosi conto di essere prossima allo stato di insolvenza, diede ordine di chiudere gli sportelli bancari.
Speriamo che quanto è successo in quel paese, sia motivo di riflessione per chi ha i poteri ed ha a cuore la cosa pubblica, e faccia in modo che il debito pubblico non diventi una eredità pesante ed amara per le generazioni future anche per non indurle ad emulare i propri padri: un po' imprudenti, un po' dissennati e forse anche un po' incapaci.

di Pierpaolo De Nardi [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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