L’internazionalizzazione mette in crisi il tradizionale modello “all’italiana”?

La spina dorsale della realtà economica italiana è ancora rappresentata dalla Piccola e Media Impresa ma i mutamenti di mercato, tendenti verso la globalizzazione, fanno ritenere che ormai la piccola dimensione non sia più così “conveniente” ed occorra una crescita soprattutto qualitativa.
Oggi l’iperconcorrenza globale impone determinati standard dimensionali e organizzativi che, spesso, si rivelano proibitivi, soprattutto per le imprese italiane solitamente medio-piccole. Ecco che la dimensione ridotta delle nostre aziende, considerata fino a pochi anni fa una caratteristica premiante, oggi diventa una ''criticità'' nel confronto internazionale.
In passato si riteneva che la “taglia ridotta” costituisse un notevole punto di forza: le dimensioni ridotte infatti risultano maggiormente flessibili e consentono di godere di una struttura basata soprattutto su costi ed oneri prevalentemente variabili, facilmente conformabili alle variazioni della domanda.
Ma la limitata dimensione porta con se anche diversi svantaggi evidenziati dal confronto internazionale: la difficoltà di seguire efficacemente l’evoluzione dei mercati, la minore capacità di attrarre risorse, in particolare quelle umane ed intangibili, la base tecnologica e finanziaria insufficienti per rimanere competitive sono soltanto alcuni esempi.

Proprio di fronte all’internazionalizzazione il tessuto produttivo italiano appare inadeguato ad affrontare le nuove sfide che il mercato propone. Il concetto di “piccolo”, nel contesto globale, deve essere confrontato con le dimensioni dei mercati di riferimento dell’impresa e con i concetti di posizionamento e di quota di mercato che l’impresa assume in questi mercati. Insomma, le piccole dimensioni sono ormai insufficienti per penetrare adeguatamente e convenientemente i mercati esteri.

Cosa fare di fronte all’internazionalizzazione?
Gli imprenditori che governano le PMI, di fronte a questa situazione, devono riorientare le loro scelte strategiche, impegnandosi a salire almeno di un gradino nella scala dimensionale, per essere più competitive in Italia e all’estero.

Diventa fondamentale acquisire “l’ambizione e la tensione alla crescita”, realizzabile anche attraverso la costituzione di reti di piccole e medie imprese, all’interno delle quali si mettono in comune alcune iniziative ed attività per affrontare insieme, ed in un modo nuovo, i mercati (esteri e locali). Con le organizzazioni rete è possibile realizzare un adeguato “gioco di squadra”, nuovo presupposto per il miglioramento del livello competitivo dell’impresa e per la riduzione del rischio complessivo.

Quello che è importante rilevare a questo proposito è l’ostacolo culturale.

L’imprenditore che oggi è alla guida di una PMI deve acquisire una mentalità diversa, una cultura d’impresa diversa, sia a livello di management, sia a livello imprenditoriale, in quanto attualmente una PMI, da sola, difficilmente può affrontare le ingenti spese richieste per l’internazionalizzazione, soprattutto in relazione ai notevoli livelli di costi che si determinano con l’attività di espansione sui mercati esteri.
La globalizzazione dei mercati comporta due ordini di problemi per la piccola e media impresa: i costi produttivi, problema al quale l’imprenditore può far fronte salvaguardando la propria tecnologia e quindi la qualità, sviluppando le competenze e le abilità di riduzione continua dei costi, ed il problema della commercializzazione, valorizzazione e posizionamento dell’offerta aziendale. E’ forse questo il problema cruciale in quanto molti imprenditori di piccole dimensioni investono maggiormente nella produzione, trascurando le attività di marketing, commercializzazione e valorizzazione dell’offerta aziendale che rappresentano, invece, fondamentali punti di forza nel sempre più difficile confronto internazionale.
A tale proposito, le Associazioni di categoria stanno facendo molto, fornendo ad esempio informazioni sui mercati esteri o nella costituzione di consorzi all’esportazione. Si assiste tuttavia - ancora spesso - ad un ostinato individualismo, tanto che gli imprenditori italiani si considerano più come “concorrenti”, piuttosto che come “colleghi”. La possibilità di pervenire alla realizzazione di dimensioni d’impresa competitive attraverso accordi, partnership, alleanze e fusioni sembra tuttavia ancora difficile (a causa, come abbiamo sopra precisato, di “resistenze” di carattere culturale) anche se il ricorso a strutture organizzative integrate e a reti diventa sempre più una necessità imprescindibile per imprese che, pur essendo qualificate nell’attività di progettazione e produzione, devono ora sviluppare competenze ed iniziative strategiche di commercializzazione e vendita nel mercato globale, effettuando investimenti strutturati e sistemici difficili da realizzare per le PMI.

I tentativi fino ad oggi attuati nella direzione della crescita dimensionale delle Pmi italiane conducono a far ritenere che la realizzazione di questo obiettivo possa attuarsi attraverso i seguenti possibili modelli:
- la creazione di joint venture ed acquisizioni che determineranno la crescita delle imprese;
- il mantenimento del modello attuale “educando” le Pmi a “fare sistema”.
- lo sviluppo di nuovi processi di aggregazione tra imprese indispensabili per lo sviluppo dell’eccellenza anche sul fronte del marketing d’acquisto e dell’e-procurement.

Occorre “Saper crescere”

Per le PMI il problema della crescita, sia dal punto di vista quantitativo (inteso come aumento del livello di fatturato, del capitale investito e del numero di addetti), così come dal punto di vista qualitativo (riguardante il miglioramento delle condizioni strutturali, strategiche ed operative dell’azienda) è considerato come condizione vincolante per il mantenimento dell’equilibrio aziendale (si pensi ad esempio all’intensità della competizione sui costi con la conseguente necessità di sfruttare al meglio le economie di scala e di scopo, alla rapidità e complessità del progresso tecnico con il conseguente e parallelo accorciamento del ciclo di vita dei prodotti) e come fattore imprescindibile per l’azienda con vocazione all’internazionalizzazione.

Gli imprenditori dovranno avviare o proseguire il proprio “processo di maturazione imprenditoriale” impegnarsi nel continuo miglioramento dell’efficienza aziendale e nella realizzazione di nuovi investimenti.
Ma se l’esigenza di crescita è ampiamente percepita dalle piccole aziende, è prioritario il conseguimento – principalmente - di una crescita di tipo “qualitativo”, risultato del miglioramento delle condizioni strutturali, strategiche ed operative dell’azienda.

di Miriam Carmassi [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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