La responsabilità sociale d'impresa

È sovente uso riconoscere che nell’immaginario collettivo l’imprenditore sembra caratterizzarsi come chi incentra la propria attività alla massimizzazione del profitto, isolando, o meglio sarebbe dire relegando, le definizioni codicistiche e le innumerevoli interpretazioni giuridico-economiche che intorno ad esso ruotano.
Come qualcuno ha avuto modo di osservare giova tenere presente che, a seguito della rovinosa caduta del socialismo reale, e quindi dell’impianto marxista, gli economisti più attenti all’evoluzione del capitalismo sono da sempre i più arditi sostenitori dell’idea che l’imprenditore, e le riforme su questo disegnate, debbano essere congegnate su di un’ossatura sociale, rinnegando a lettere cubitali, l’idea che il liberalismo capitalista, possa nella realtà dei fatti presentarsi come modello di mercato autoregolamentato portatore di un benessere per i cittadini.
Su tale punto vi è da rilevare come, nell’autorevole voce di taluni esponenti della sinistra riformista, il concetto di sociale resti tale cosi da presentarsi agli occhi dell’interessato come una scatola vuota.
Tale affermazione trova sostegno nella realtà dei fatti, ed in particolare nella constatazione che le riforme sociali sinora concepite e realizzate come interventi della politica esterni al rapporto di lavoro e alle scelte di consumo, che erano lasciati alle forze di mercato. In realtà, lo spingersi al parlare di politiche sociali, già presenta profili di sottile non piena veridicità, visto che dette riforme erano per lo più interventi ridistributivi della ricchezza intanto prodotta dalle imprese secondo modalità per lo più indifferenti alla qualità del lavoro e della vita.
L’attenzione per la storia e per la lettura porta all’attenzione come negli anni ’90 un saggio redatto a più mani (1), avvertiva la necessità dell’uscita dal capitalismo. È doveroso precisare come nello scritto si chiariva sin dalle prime battute come l’uscita dal capitalismo doveva avvenire secondo direttrici proprie di una cultura che nulla aveva a riguardo delle teorie marxiste che, con la caduta del muro di Berlino, si ponevano quali tristi ricordi un’utopia falsante la realtà.
Il punto merita il soffermarsi su alcuni termini che in cappello si avuto modo di accennare.
Il concetto di profitto non deve criminalizzarsi e tantomeno santificarsi. Infatti, l’etimologia della parola, profitto da proficere ovvero progredire, essere utile, è concetto positivo, che presenta elementi problematicità nel momento in cui questo si qualifica come risultato indiscriminato di una produzione imprenditoriale.
Per usare una terminologia cara al marxismo, il plusvalore che un prodotto acquista sul mercato non può avere una legittimazione politica se prima non è dotato di una legittimazione sociale. Sia ben chiaro che, il concetto di profitto non attiene alla legittimità dello stesso, indi all’eventuale ricorso a forme di profitti illecito o illegale, bensì attiene alla sua legittimazione, che è cosa ben diversa in quanto attiene ad un universo di riferimento ben più ampio, ossia quello della comunità di cui un impresa è parte integrante e a cui essa si rapporta.
Tale valutazione sociale del profitto e quindi anche dell’utile, fa si che appaiano singolari le valutazioni e le conseguenti conclusioni operate dai Padri Costituenti la cui cultura e sensibilità sociale sembra aver consegnato alla Carta fondamentale, postulati propri della Carta di Verona, allorquando si affermava che gli utili dovessero equamente ripartiti “fra il fondo di riserva, il frutto del capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi da parte dei lavoratori” o che “la proprietà non deve diventare disintegratrice della personalità fisica e morale di altri uomini, attraverso lo sfruttamento del loro lavoro”.
Ulteriore concetto che va posto in evidenza è l’idea di benessere, tenendo ben chiaro dinanzi a se come il rapporto tra benessere economico e felicità, delle persone come delle comunità, vive oggi un innegabile fase evolutiva. Sia ben chiaro come, ad esempio, la retribuzione non si esaurisce nel mero e bieco corrispettivo per l’attività lavorativa prestata.
Nelle analisi della London School of Economics emerge come la felicità sociale consti di sette elementi: “lo stipendio, il lavoro, la vita privata, le relazioni sociali, la salute, la libertà” e non meno “una filosofia di vita che includa valori morali”.
Come si diceva in precedenza parlando della retribuzione, qualora si considerasse questa come il semplice corrispettivo per l’attività lavorativa svolta, da un lato si andrebbe a cozzare con il dettato costituzionale che,al riguardo, fissa i criteri di proporzionalità e sufficienza, dall’altro lato si sfocerebbe in una dottrina liberista del mercato del lavoro che sfigurerebbe il lavoro come strumento di inserimento sociale del lavoratore nella comunità di appartenenza. Potrebbe, al fine di meglio capirsi, concludere il punto con la massima secondo cui il lavoro nobilita l’uomo.
Non di certo questo è il momento per avviare disquisizioni sul punto e sul valore che possono avere determinate proposte di qualche gruppo parlamentare, a mio avviso demagogico e privo di qualsiasi valutazione scientifica o, più semplicemente, pragmatica.
L’analisi dei bisogni, e la valutazione di questi in un’ottica di sviluppo e crescita del sistema impresa, costituisce, come si è avuto modo di affermare, punto focale dello studio della R.S.I.
Volendo dare un tono di autorevolezza alla trattazione, potrebbe ricordarsi chi, in uno studio inedito, ebbe modo di affermare che “la responsabilità Sociale d’Impresa ( R.S.I.) o Corporate Social Responsability non è un fenomeno passeggero, legato ad una moda culturale, ma qualcosa di permanente destinato a connotare il comportamento dell’impresa globale del futuro, ma anche di quella attuale”. Quanto riportato, muove dalla profonda convinzione che il ripensamento radicale, ma non destabilizzante, del fare impresa oggi, implica un ripensamento dei livelli di governance aziendale, generando come effetto il passare da una logica del produrre cose al fare qualcosa per gli altri. Può quindi rendersi palese come il mito del rapporto qualità-prezzo assume una connotazione concreta nell’immaginario del consumatore-cittadino, superando l’anzidetto, e troppo celebrato, mito e spostando l’attenzione su tutta una serie d’interrogativi, ovvero come quel bene è stato prodotto e se nel corso della produzione l’impresa ha violato o eluso delle norme o dei diritti fondamentali della persona che lavora.
Sia ben chiaro che la cd. certificazione dei prodotti, comunemente intesa, non costituisce elemento di valutazione assoluta della qualità del prodotto. Basti pensare come la sola Parmalat S.p.A., ad oggi tristemente nota per il suo modo di fare impresa, era dotata di tutte le certificazioni del caso (se non di più).
Il ricorso al modello della R.S.I. ha come effetto immediato, o per lo meno nelle imprese di maggiori dimensioni, non solo miglioramenti nei livelli produttivi, ma anche una maggiore credibilità sul mercato e quindi maggiore competitività. È ormai evidente come sul mercato esista una “fetta di consumatori” legata a valori specifici quali quelli ambientali e di rispetto dell’individuo, che in ragione di ciò, si orienta verso le imprese fidelizzate a detti principi di etica imprenditoriale. La circostanza per cui la R.S.I. abbia più agevolmente attecchito nelle grandi imprese è data dalla cd. logica dei grandi numeri nei quali la dimensione finanziaria, quella degli organici aziendali e quella del mercato, in uno alla maggiore esposizione alla pubblica opinione e la più elevata capacità di competizione nel mercato globale, possono fare la differenza con la certificazione non del prodotto, bensì della migliore qualità della gestione e della produzione e con l’attenzione, data e dimostrata, ai grandi temi della solidarietà verso la comunità umana e del suo ambiente.
Il discorso si rende peculiare per quelle imprese non grandi o talvolta operanti in mercati cd. di nicchia, per le quali il ricorso alla R.S.I. come strumento di gestione (etica) dell’impresa risulta essere un investimento non necessario e non remunerativo. Se è possibile una valutazione interore, non ci si può esimere dal considerare tali argomentazioni come miopi, a maggior ragione del fatto che oggi costituisce elemento importante, finanche nei mercati di nicchia tenere ferme quote, seppur minime, di questi.
Ulteriore elemento di valutazione e, conseguente, chiarificazione del perché la R.S.I. possa costituire oggetto di meritevole attenzione, è il considerar l’impresa quale soggetto di mercato in relazione al suo diretto corrispondente, ossia il consumatore. Nei fatti, la R.S.I. ha trovato pronta rispondenza nelle scelte di consumo dei cittadini, legittimandosi sul piano etico-sociale per i suoi effetti sul mercato, sui quali incidono enormemente altri fattori, come la pubblicità ed il costume. In particolare è fatto noto come i messaggi pubblicitari, di per se caratterizzati dall’essenza della seduzione all’acquisto, inducono a scelte di consumo del tutto avulse dall’effettiva necessità degli acquisti, producendo comportamenti imitativi ed emulativi quanto più essi si tramuto in una sorta di senso di appartenenza ad una comunità. Sul punto, al fine di non dipingere il diavolo più brutto di quanto già non lo sia, va dato atto ad una fetta cospicua di consumatori di orientarsi sempre più verso una cognizione piena del bene oggetto dell’interesse, valutando di questo l’esistenza di certificazioni di qualità, latu senso. Tale considerazione è nettamente supportata da indagini statistiche sin qui elaborate, dalle quali evince non solo una valutazione dell’orientamento dei consumatori verso le imprese eticamente organizzate, ma dalle quali è possibile desumere una crescente soddisfazione dell’utenza da detti prodotti, intesi questi come risultato finale dell’attività d’impresa.
Volendo ampliare l’angolo d’analisi si può avvertire come anche nelle ipotesi di attività imprenditoriali concessionarie di pubblici servizi, il ricorso a modelli organizzativi di tipo etico-ociale significativi, può consentire l’acquisizione di punteggi aggiuntivi e migliorare i comportamenti imprenditoriali.
In ultimo, discorrendo sulle Associazioni dei Consumatori, al fine di superare la semplice attività di controllo sui costi, sarà necessario che queste si producano in un’attività di stimolo finalizzata ad arricchire la consapevolezza di un ruolo nuovo da svolgere in tutela dei consumatori, intesi come titolari di diritti soggettivi e interessi diffusi, nonché a sensibilizzare le aziende quali parti ipotetiche di un contratto sociale. All’azione di stimolo si aggiunge poi quella di controllo dell’avvenuta adozione di modelli e comportamenti auspicati. L’azione di documentazione e di comunicazione si affiancherà, in assoluta autonomia, al ruolo dei certificatori, rendendoli più rigorosi nella loro azione di verifica iniziale e di successiva conferma della validità delle iniziative di R.S.I. assunte, finanche prescindendo dal possesso, strictu senso, di requisiti essenziali.

(1) USCIRE DAL CAPITALISMO, di Sivano Moffa, Enzo Palmesano, Antonio Parlato, prefazione di Pino Rauti, pag. 5-8, Roma 1990.

di Giandonato La Salandra [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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