A.C. Milan

Era il 24 marzo 1986 quando l’allora solo imprenditore Silvio Berlusconi acquisiva la proprietà dell’A.C. Milan. Un gesto figlio di una promessa fatta in punto di morte al padre, un atto dovuto, come più volte il cavaliere ha proclamato. Forse è vero, o forse no, fatto sta che l’ingresso di Berlusconi nel mondo del pallone ha dato il là al movimento calcistico così come oggi lo conosciamo: ricchissimo e poverissimo allo stesso tempo, in bilico sul ciglio di un baratro.
Franco Loi, ne “Il Dizionario del calcio italiano”, scrisse: “Indubbiamente l’entrata di Berlusconi non è stato un evento che ha investito soltanto la squadra rossonera, ma tutto il mondo del calcio. L’azione del grande manager ha portato in un ambiente dilettantesco e troppo spesso fondato sul pressappochismo e sui capricci personali del padroncino di turno, il senso della suddivisione dei compiti, la distribuzione oculata delle funzioni, la serietà dello sport”, ossia, come si è già più volte citato nel corso della presente tesi: il passaggio da “squadra calcistica” ad “azienda calcistica”. Nel giro di pochi anni dalla sua acquisizione il club di via Turati venne integralmente ridisegnato e ricostruito ad immagine e somiglianza di una qualunque società facente parte della galassia Finivenst: lo si dotò di un amministratore delegato, Adriano Galliani (poi divenuto vicepresidente vicario causa i molteplici impegni del Dott. Berlusconi), di un team manager, Silvano Ramaccioni, affinché si occupasse dei rapporti tra squadra e club, di un direttore generale, Arriedo Braida348, e di una serie di nuove divisioni per una società calcistica, come quelle per la comunicazione e il marketing.
Per il nuovo Milan “fare calcio” diviene un nuovo modo di “fare affari”, i cui i tifosi vengono considerati più clienti, o potenziali clienti, e non semplici appassionati. Il fulcro del nuovo progetto verteva, e a maggior ragione verte tutt’ora, sulla televisione e sulle sue capacità comunicative. Silvio Berlusconi è stato il primo a rendersi effettivamente conto del potenziale economico che la televisione avrebbe apportato al calcio e, soprattutto, del potenziale economico che il calcio avrebbe apportato alle sue televisioni349. Nell’era pre-Berlusconiana, ad esempio, le squadre nel corso del periodo di preparazione estiva pensavano essenzialmente a prepararsi nel miglior modo possibile a disputare il prossimo campionato, svolgendo al massimo un paio di amichevoli con squadre di categoria inferiore. Nell’era Berlusconi si cambia tutto. Arrivano sugli schermi televisivi le immagini delle grandi amichevoli d’agosto, tornei spettacolo grazie ai quali tv e club incrementano reciprocamente le proprie entrate350. Si gioca di più per incassare di più, e poco importa se il tempo per allenarsi è poco. Ma è in questo momento che l’azienda calcio inizia a mordersi la coda. Più partite comportano uno dispendio energetico maggiore che i soliti undici/dodici giocatori non sono in grado di reggere per lunghi tempi, servono quindi più calciatori nella rosa delle squadre, ma questo induce un incremento nei costi. Per vincere, poi, non servono giocatori qualunque, ma atleti dotati di qualità tecniche superiori alla norma, per aggiudicarsi i quali si iniziano a spendere cifre sempre maggiori, spingendo il monte salari oltre quella soglia di buon senso vigente sino a pochi anni prima.
E non si può dire che i fatti non abbiano dato ragione alla nuova visione calcistica rossonera: il Milan si afferma in Italia e in Europa come mai nel corso della sua lunga storia. Entrato in politica e divenuto premier, Silvio Berlusconi scopre però che il calcio “non è più quello di una volta”, che “gli affari e il business hanno rovinato la poesia del gioco”.
Parole che suonano un po’ strane dal momento che a pronunciarle è colui che ha dato i natali a questo stravolgimento. Parole che suonano addirittura di beffa considerato il momento storico in cui vengono pronunciate: era la primavera del 2002, e anche l’amministratore delegato Adriano Galliani, da poco eletto a dirigere la Lega delle società di A e B, si allineava a quanto affermato dal suo presidente dichiarando “di sognare un calcio dove i calciatori non hanno più stipendi spropositati, dove le società non spendono più di quanto guadagnano, dove occorre forzatamente una riduzione dei costi”. Un sogno durato poco a dir il vero.
Con l’arrivo dell’estate il Milan si “regala” prima Rivaldo, ceduto dal Barcellona per esigenze di bilancio, e poi, nonostante un netto “se po’ no” pronunciato da Berlusconi dinanzi alle preghiere dei cellini riuniti al Meeting di Rimini, anche Alessandro Nesta, per una cifra di poco superiore ai 30 milioni di euro (…del resto la coerenza è una virtù che il calcio e la politica non hanno mai conosciuto bene…..). Ma in fondo il Milan ha speso e spende perché se lo può permettere. Da quando nel 1986 la proprietà è passata in mano al Cavaliere i bilanci della società rossonera hanno sempre saputo esprimere e raffigurare le abbondanti capacità economiche del loro presidente.
Basti considerare che dal 1992 al 2005 in una sola occasione il bilancio ha fatto registrare un risultato positivo, merito di copiose plusvalenze e di proventi straordinari generati da un anticipo di imposta. I disavanzi di bilancio arrivano, nel corso del periodo in oggetto, anche a sforare il tetto dei 35 milioni di euro, 70 miliardi delle vecchie lire352.E raggiungono questa cifra proprio l’anno successivo all’essere divenuti attivi per la prima vola dopo svariati anni, testimoniando così, inequivocabilmente, come tale risultato di bilancio non fosse economicamente reale ma bensì il risultato di valori artificiosi, non sostenuti da effettivi movimenti monetari, sintomo di un’azienda che naviga in acque burrascose.
A differenza della Juventus, la società di via Turati ha aderito, nel 2003, alle opportunità concesse dalla legge salva-calcio. Gli effetti della svalutazione del patrimonio calciatori rossonero sui conti societari (un risparmio, netto, di circa 40 milioni di euro come minori ammortamenti) solo in minima parte si ripercuotono sul risultato d’esercizio (che diminuisce di circa 4 milioni) risultando assorbiti, in larga parte, da maggiori spese per gli ingaggi ai giocatori.

di Fabio Iori [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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