La crisi dello stato sociale

Le ragioni che hanno portato alla nascita e successivamente allo sviluppo dello stato sociale sono fondamentalmente due: in primo luogo si trattava della necessità di garantire a tutti gli individui un livello minimo di sussistenza, in modo tale da permettere loro di sostenere i costi della riproduzione biologica, sociale e culturale. La seconda ragione, non meno importante, rispondeva ad un bisogno di equità sociale e consisteva nella volontà di redistribuire la ricchezza prodotta nella società in modo tale da far sì che tutti gli individui potessero disporre delle stesse possibilità di partenza. Oggi lo stato sociale appare attaccato da una profonda crisi di legittimazione sociale. Ma perchè sta avvenendo questo?
Si possono individuare tre ragioni fondamentali. In primo luogo viviamo in una società sempre più individualistica, secondo alcuni studiosi persino atomizzata, in cui ciò che veramente conta per essere ben visti socialmente è costituito esclusivamente dal successo individuale, e in cui, di conseguenza, si va sempre più riducendo lo spazio della solidarietà sociale. In altri termini, ciascun cittadino è sempre meno disposto a rinunciare a qualcosa di proprio per garantire il benessere altrui. Questa evoluzione, o meglio, questa involuzione, è sostenuta a livello culturale dal pensiero neo liberale americano che si sta sempre più affermando e diffondendo soprattutto in Europa, ma anche nel resto del mondo. Tale modello di pensiero si fonda sull'idea che ciascuna persona nella società può raggiungere la posizione cui aspira sfruttando le proprie capacità intellettuali e caratteriali, indipendentemente dalle sue risorse di partenza. Da ciò deriva che ognuno è artefice del proprio destino e che i vincenti e i perdenti saranno tali rispettivamente per i propri meriti e per i propri demeriti. E allora perché mai i cittadini più abbienti che hanno lavorato così duramente per salire nella scala sociale dovrebbero cedere parte dei propri averi per destinarli a persone, i perdenti, che hanno meritato la propria sconfitta? Il secondo fattore di delegittimazione dello stato sociale si riscontra invece nel fatto che pur vivendo in una società del rischio, non riusciamo più a percepirci come possibili destinatari delle provvidenze dello stato sociale. Ovvero, impegnati come siamo a mirare al raggiungimento del successo economico e all'affermazione del nostro senso del sé, non siamo più in grado di pensarci “sfortunati”, vittime di un incidente o di un infortunio. E quindi perché mai destinare soldi per l'adozione di misure di protezione sociale di cui non saremmo mai oggetto? La terza motivazione è, a differenza delle prime due, di tipo materiale e si fonda su un dato di fatto. I costi per la riproduzione biologica, sociale e culturale sono indubitabilmente aumentati con il livello di civiltà che abbiamo raggiunto. Basti pensare alla spesa pensionistica, destinata a lievitare continuamente per il progressivo aumento della popolazione anziana che in media vive per vent'anni dopo il proprio collocamento a riposo, o alle spese che le famiglie sono chiamate a sostenere per l'istruzione dei figli dalla scuola materna all'università o al master. Questo aumento dei costi avviene contestualmente ad una riduzione delle entrate da destinare allo stato sociale e che trova la sua causa in una serie di fattori come l’abbassamento costante dei tassi di natalità, l'ingresso ritardato dei giovani nel mercato del lavoro e occupazioni precarie che oltre a non garantire una vita dignitosa a coloro che le svolgono comportano anche una riduzione degli introiti per lo Stato. Per riportare legittimazione e consenso allo stato sociale serve innanzitutto un’operazione culturale che deve essere portata avanti in primis dalla politica ma anche dagli intellettuali e dalle associazioni culturali in genere. Operazione culturale che deve portare al centro dell'attenzione nel dibattito pubblico il dato di fatto che la povertà, il malessere degli individui e delle famiglie si possono affrontare e vincere soltanto quando l'intera collettività se ne sobbarca i costi. L’aiuto reciproco, in una società che vuole essere civile, è un dovere ma è anche un bene comune poiché soltanto nel momento in cui tutti i cittadini hanno la possibilità di partecipare pienamente alla vita politica, economica e sociale del paese ne potrà derivare un vantaggio per la società nel suo complesso e per tutti i singoli cittadini. Appare quindi necessario sottoporre a critica profonda quel pensiero neo-liberale americano che propugna una società violenta, socialmente parlando, in cui ognuno deve “fare da sé”. Pensiero che si fonda su una falsa mitizzazione del capitale umano del cittadino, poiché appare invece chiaro, dati statistici alla mano, che i risultati di ciascun individuo sono fortemente condizionati non soltanto dal proprio capitale umano, ma anche dal capitale sociale, culturale ed economico a sua disposizione. Il secondo elemento necessario per ridare legittimazione allo stato sociale è quello di rimodulare le risorse ad esso destinate per rispondere ai bisogni attuali dei cittadini, bisogni che sono molto cambiati nel corso degli ultimi decenni. Soltanto in questo modo, infatti, si potranno avere cittadini soddisfatti dello stato sociale del proprio paese e disposti quindi a contribuirvi. Risulta quindi evidente che una parte di tali risorse va spostata dal sistema pensionistico (quello dell'Italia è insieme a quello della Grecia il più generoso del mondo) verso i giovani, per sostenere ad esempio la ricerca universitaria evitando così quella fuga di cervelli che danneggia sempre di più il nostro livello di competitività nel sistema economico globale. Per non parlare poi della ormai ineludibile riforma degli ammortizzatori sociali, sempre più necessaria in un mercato del lavoro flessibile con redditi da lavoro che si fanno sempre più ''intermittenti''.

di Andrea Signoretti [Visita la sua tesi »]

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