Speciale PMI: se il TFR rimane in azienda

Le piccole e medie imprese, numerosissime sul territorio italiano e storicamente struttura portante dell’economia del paese, mostrano tassi di adesione particolarmente bassi alla previdenza complementare. Le ragioni di questo fenomeno possono essere diverse, dalla difficoltà di diffondere in modo capillare una cultura previdenziale all’interno di imprese frammentate sul territorio, alla resistenza da parte delle piccole aziende all’idea di perdere il TFR come strumento di autofinanziamento.

I lavoratori delle PMI? Non aderiscono
In una recente indagine svolta dal Mefop in collaborazione con il CNEL, il 70% del campione di “non aderenti alla previdenza complementare” preso in considerazione era impiegato presso aziende con meno di 50 dipendenti. Lo scorso 23 maggio, al Congresso di Fondapi, il fondo pensione negoziale della Confederazione italiana della piccola e media impresa privata, il presidente Gianni Ferrante aveva stimato il livello di iscrizioni al fondo al 10% del totale dei potenziali aderenti, e negli ultimi mesi l’incremento è stato intorno al punto percentuale.

Secondo i dati Covip relativi al 2007, il peso dei lavoratori dipendenti delle PMI sulle adesioni totali ai fondi pensione negoziali è del 27,4%, composto da un 16,6% di addetti di imprese con meno di 20 dipendenti e da un 10,8% di lavoratori di imprese con un numero di addetti compreso tra 20 e 49: percentuali ben inferiori al peso complessivo di queste categorie di dipendenti sul totale dei lavoratori italiani.

La scelta del lavoratore: a che cosa può aderire?
Per il lavoratore delle piccole e medie imprese, le opzioni a disposizione per pianificare il proprio futuro previdenziale sono sostanzialmente le stesse che per le altre categorie di lavoratori.

Una prima scelta è un fondo pensione chiuso, o negoziale, legato cioè ai sindacati e/o alle associazioni di categoria del settore in cui il lavoratore si trova occupato. I fondi negoziali hanno il vantaggio di permettere di ottenere un versamento da parte del datore di lavoro, la cui percentuale varia in base al contratto collettivo nazionale di riferimento, nel caso in cui il lavoratore decida di effettuare una propria contribuzione aggiuntiva al TFR.

Un’altra opzione è un fondo pensione aperto, offerto cioè da una società privata (banca, compagnia di assicurazione, società di gestione del risparmio, società di intermediazione mobiliare, ecc.). I fondi aperti, essendo costituiti all’esterno di accordi sindacali con le associazioni di categoria, non prevedono versamenti di contributi aggiuntivi da parte del datore di lavoro, a meno che non si arrivi alla stipula di un accordo aziendale tra l’impresa e il fondo.

In sostanza, l’azienda può contattare la propria banca o la propria compagnia assicurativa di riferimento e arrivare a un accordo che consenta a tutti i lavoratori interessati ad aderire di far confluire i propri contributi e il proprio TFR in un solo prodotto, beneficiando eventualmente anche di un contributo aggiuntivo da parte del datore di lavoro.

Il TFR può essere conferito anche ai PIP, piani individuali di previdenza, strumenti simili ai fondi pensione, ma ad adesione individuale, che consentono una maggiore flessibilità ma presentano generalmente costi di gestione più alti.

Autofinanziamento e frammentazione: due freni all’adesione?
Per le piccole aziende, il Trattamento di Fine Rapporto dei lavoratori dipendenti ha sempre avuto un’importante funzione di “autofinanziamento”. Con la riforma della previdenza complementare, il TFR dei dipendenti delle aziende con più di 50 addetti deve essere obbligatoriamente versato presso il Fondo Tesoreria dell’INPS, mentre questo obbligo non sussiste per le aziende con meno di 49 addetti.

E’ quindi immaginabile che, presso le aziende di dimensioni minori, il timore di perdere un importante strumento di finanziamento delle attività delle impresa possa non avere favorito la diffusione di una corretta cultura previdenziale e l’azione informativa di sindacati e fondi pensione, con possibili pressioni da parte del datore di lavoro affinché il TFR restasse in azienda. L’alta frammentazione di queste piccole imprese sul territorio, inoltre, ha certamente complicato l’azione informativa di sindacati e agenti di assicurazione.

Ma le piccole dimensioni delle aziende permettono anche un migliore rapporto tra lavoratore e datore di lavoro: dal punto di vista del dipendente, quindi, conferire il proprio TFR a qualcuno di esterno, e percepito come “lontano”, come un fondo pensione (negoziale o aperto che sia) significa affidare del denaro accantonato come “riserva d’emergenza” a uno sconosciuto, che valuterà in maniera oggettiva qualunque richiesta di farvi ricorso.

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