Dal Regno di Alessandro all’odierna Macedonia

La Repubblica di Macedonia, chiamata in italiano semplicemente Macedonia e pomposamente denominata dalla comunità internazionale “Ex repubblica jugoslava di Macedonia” (in inglese “Former Yugoslav Republic of Macedonia”, il cui acronimo è Fyrom) , è indipendente dal 1991.
Nazione fiera del suo passato, oggi questo piccolo stato, il cui territorio ha una superficie simile a quella della Sardegna e una popolazione di circa 2 milioni di abitanti, si sta aprendo all’economia globale, sia attraverso nuove relazioni economiche con altri paesi balcanici sia operando sempre più a ampio raggio, cercando di attrarre investimenti e flussi commerciali da tutta Europa, e non soltanto dall’Europa. Questa ricerca vuole illustrare le opportunità commerciali e di investimento dei piccoli operatori, soprattutto italiani, in particolare nei settori tessile, calzaturiero, informatica, telecomunicazioni, chimico e agroalimentare. Gli investimenti in quest’ultimo settore potrebbero essere combinati con investimenti nel turismo, per creare percorsi di eco-turismo e di turismo culturale.



In questo lavoro ci riferiremo allo stato indipendente confinante con Albania, Serbia, Bulgaria e Grecia chiamandolo semplicemente Macedonia. A livello internazionale è in corso una disputa con il governo di Atene che si è opposto all’uso del nome Macedonia, poiché indica già una regione della Grecia. Questa controversia sulla denominazione dello stato, che potrebbe sembrare una mera questione terminologica, riassume in sè la storia stessa della Macedonia, fatta di guerre, conquiste e sconfitte.
Il territorio dell'attuale Macedonia, infatti, è stato parte integrante di diversi stati e imperi nel corso della sua storia: dell’antica Paionia , del Regno di Macedonia di Alessandro Magno, dell’Impero romano prima e di quello bizantino dopo, degli stati bulgaro e serbo nel medioevo, fino alla conquista da parte dell’Impero ottomano nel XV secolo. Al crollo dell’Impero turco la Macedonia venne conquistata dalla Serbia, diventandone parte integrante col nome di “Serbia meridionale" (Južna Srbija).
Al termine del primo conflitto mondiale la Serbia (comprendente ormai anche la Macedonia) si unì al neonato Regno dei serbi, dei croati e degli sloveni, rinominato nel 1929 Regno di Jugoslavia.
Nel 1941 la Jugoslavia venne occupata dalle potenze dell’Asse e la Macedonia (che intanto aveva preso il nome di Vardarska Banovina ovvero Provincia del Vardar, dal nome del fiume che la attraversa) venne spartita fra Bulgaria e Italia (che già occupava l’Albania).
Il rigido governo che entrambe le forze occupanti adottarono incoraggiò molti macedoni a sostenere il movimento di liberazione di Tito che, nel 1946, fece divenire la Repubblica popolare di Macedonia una delle sei repubbliche costituenti la Repubblica socialista federale di Jugoslavia.
La Macedonia ha cambiato nome ancora nel 1963 (per uniformarlo a quello delle altre repubbliche jugoslave) diventando Repubblica socialista di Macedonia e infine nel settembre 1991, quando, attraverso un referendum, la popolazione si è espressa a favore dell’indipendenza dalla moribonda Federazione jugoslava. Nacque così, senza alcuna violenza, l’odierna Repubblica di Macedonia.
La controversia sul nome. Il riconoscimento internazionale della Macedonia fu ritardato dalla citata obiezione greca all'uso di quello che viene considerato un nome ellenico e uno dei simboli nazionali, così come su alcune clausole controverse della costituzione della repubblica macedone. Come compromesso la comunità internazionale riconobbe il nuovo stato con il citato nome di Former Yugoslav Republic of Macedonia (Fyrom).
La Grecia però, non ancora soddisfatta, impose l'embargo economico nel febbraio 1994 e lo revocò soltanto dopo che la Macedonia cambiò la sua bandiera e alcuni articoli della costituzione. Oggi, anche se un accordo definitivo non è stato ancora raggiunto, i due paesi hanno normalizzato le loro relazioni, tant’è che la Grecia è il secondo investitore estero in Macedonia. Nonostante il periodico riproporsi della questione, l'accettazione da parte della Grecia di un nome temporaneo che include il termine Macedonia riflette un'accettazione anche di un futuro nome permanente che includa questo termine.
Non toccata dalle “guerre civili dell’ex-Jugoslavia” che fra il 1991 e il 1995 hanno spazzato via quello che rimaneva della Federazione, la Macedonia è invece stata coinvolta in modo marginale ma significativo nel conflitto del Kosovo del 1999.
In quell’occasione essa ha accolto circa 350.000 profughi albanesi scappati dal Kosovo che, con la loro presenza, hanno minacciato di alterare il già precario equilibrio fra le principali etnie della Macedonia: la maggioranza slavo-macedone, che detiene il potere politico e economico, e la consistente minoranza albanese concentrata nel nord, appunto ai confini con il Kosovo e l'Albania (Tetovo è considerata la “capitale” degli albanesi di Macedonia).
Sebbene i profughi siano ritornati nel loro paese alla fine della guerra, gli estremisti albanesi di entrambi i lati del confine hanno preso le armi per rivendicare l’autonomia (o l’indipendenza) per le aree a maggioranza albanese della Repubblica di Macedonia. Venne anche combattuta una breve guerra civile quando gli abitanti di etnia albanese si ribellarono, soprattutto nel nord e nell’ovest, nella primavera del 2001. La crisi fu superata con l’intervento di un piccolo contingente di monitoraggio della Nato (Operazione “Essential Harvest”, agosto 2001) e l’impegno, da parte del governo, di riconoscere culturalmente la minoranza albanese .
Si può concludere che il conflitto del 2001 in Macedonia sia stato causato sia da un effetto di spill-over dalla guerra del Kosovo sia dalla insufficiente risposta del governo macedone alle richieste della consistente minoranza albanese.
Superato anche un altro episodio potenzialmente destabilizzante, la morte in un incidente aereo del Presidente della repubblica Boris Trajkovski (avvenuta il 26 febbraio 2004 nei cieli della Bosnia Erzegovina), nel marzo 2004 la Macedonia ha presentato la candidatura a membro dell'Unione europea. Il 17 dicembre 2005 l'Ue ne ha riconosciuto lo status di candidato all'accesso (soltanto la Croazia e la Turchia hanno questo status) e si presume che i negoziati inizino nel 2007 e portino la Macedonia a una piena integrazione nell’Ue intorno al 2014.
Il 5 luglio 2006 le elezioni parlamentari hanno portato al cambio della maggioranza, con la vittoria del partito filoeuropeo di centro-destra (Vmro-Dpmne) guidato da Nikola Gruevski, che è anche il Primo ministro. Gruevski –che era già stato Ministro dell’economia nel precedente governo del Vmro-Dpmne- dovrebbe mettere in atto politiche liberiste favorevoli agli investimenti esteri.
Dall’indipendenza del 1991, l’economia della Macedonia può essere idealmente divisa in tre periodi, ognuno dei quali è stato influenzato da peculiari fattori economici, politici e militari. L’andamento dell’economia macedone va illustrato prima di tutto dall’evoluzione del Pil (tab. 1).

La variazione del Pil individua tre fasi:
a) La stagnazione economica:1991-1995. Quando si è resa indipendente, la Macedonia era fortemente integrata nel sistema economico federale, con una specializzazione industriale nei settori siderurgico e dei semilavorati (fra cui due settori tradizionali importanti per gli investitori italiani: il tessile e il calzaturiero). La Macedonia era la più povera delle repubbliche ex-jugoslave, perché era appunto specializzata nella produzione di semilavorati che erano alla base del processo produttivo. Questi semilavorati venivano poi finiti e venduti all’estero dalle repubbliche settentrionali, che ricevevano in cambio valuta forte. La situazione peggiorò ulteriormente con l’indipendenza, sia perché cessarono i trasferimenti dal governo di Belgrado sia perché quello che era il mercato interno (dunque senza alcun tipo di barriera al commercio) era diventato improvvisamente un mercato internazionale soggetto a regole nuove.
Questi problemi specifici si sono sommati a altri problemi comuni a tutti i paesi in transizione, quali la crisi economica interna (dovuta al cambiamento della domanda) nonché la necessaria ristrutturazione produttiva con conseguente disoccupazione e iperinflazione.
Inoltre le sanzioni economiche imposte alla Serbia e il già citato embargo greco per la questione del nome, eliminavano di fatto i rapporti economici con i due principali partner commerciali della neonata repubblica. Questa situazione di crisi economica è durata fino al 1995.

b) Una ripresa bruscamente interrotta: 1996-2001. Dal 1996, grazie a una serie di fattori interni (raggiunta stabilità politica e riforme economiche liberali), nonché di fattori esterni (fine della guerra in Bosnia Erzegovina negli ultimi mesi del 1995, dell’embargo greco nel novembre 1995, nuovi flussi di investimenti esteri), l’andamento dell’economia macedone è migliorato: il Pil, la produzione industriale e le esportazioni (cfr. tab. 8) sono cresciute. La crescita è stata però prima rallentata dagli effetti secondari della crisi russa del 1998, poi bruscamente interrotta dai citati eventi politico-militari legati all’irredentismo albanese nella primavera del 2001.
Nel 2001 il Pil è diminuito del 4,5 percento, a causa del crollo del commercio interno e estero (i confini erano aperti saltuariamente), dell’aumento del disavanzo pubblico per far fronte a nuove spese per la difesa e del generale clima di incertezza che ha spaventato sia gli imprenditori locali sia gli investitori esteri.

c) Una nuova crescita della produzione: 2002-2006. Il superamento della crisi, con il riconoscimento di maggiori diritti per la minoranza albanese, ha portato a una normalizzazione del paese, che dal 2002 ha ricominciato a crescere: prima timidamente (+0,9 percento) poi in modo sostenuto (2,8 percento nel 2003, 4,1 percento nel 2004, 3,6 percento nel 2005 e secondo le proiezioni della Bers 4,0 percento nel 2006).
Il governo macedone è riuscito a mantenere stabili gli indicatori macroeconomici (tab. 2), con un tasso di inflazione che nel 2005 è stato pari a zero, un cambio stabile con l’euro (grazie a una buona disciplina fiscale) e un aumento delle riserve in valuta estera.

A questi buoni dati per gli indicatori monetari si contrappongono però valori meno positivi, soprattutto relativi al reddito e all’occupazione.
Un tasso di disoccupazione ufficiale del 37 percento e un Pil pro capite annuo (non a parità di potere d’acquisto) di circa 2.200 euro (dati del 2005) indurrebbero infatti a pensare che gran parte della popolazione macedone viva in condizioni di grave indigenza.
In realtà gli indicatori ufficiali sottostimano i valori reali, poiché non possono tener conto dell’ampia attività economica sommersa. L’economia in nero ammonterebbe a circa il 20 percento del Pil ufficiale; questo dato porterebbe la disoccupazione a un più realistico tasso del 29 percento e il Pil pro capite a circa 2700 euro.
Va qui sottolineato che in un paese come la Macedonia, un po’ secondario negli studi accademici, la metodologia d’indagine del Cirpet, che comprende interviste a operatori e studi sul campo (che in Macedonia sono durati circa tre settimane), riesce a avere un quadro della realtà che le fonti bibliografiche, seppur molto utili, non possono illustrare in modo completo.

Questo contributo è il sesto capitolo della ricerca "I rapporti economici tra l’Italia e l’ex-Jugoslavia", cofinanziata dalla Compagnia di San Paolo e dalla Fondazione CRT, svolta dal CIRPET (Centro Interdipartimentale di Ricerca sui Paesi Emergenti e in Transizione, C/o Dipartimento di Economia "S.Cognetti de Martiis" dell’Università di Torino, www.cirpet.unito.it, Direttore Prof. Carlo BOFFITO).
Per la consultazione integrale del testo si rimanda alla pagina della tedi di Marco Ranieri, sezione “Altri Documenti”.

di Marco Ranieri [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

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