Il modello di Puga e la Nuova Geografia Economica

Puga (1999) rielabora i risultati dei precedenti studi (Krugman, 1991; Venables, 1996) e propone una sintesi efficace dei modelli statici della Nuova Geografia Economica.
Egli costruisce un modello sia con migrazioni interregionali che con legami input-output. Il confronto tra i risultati con e senza migrazioni mostra che l’agglomerazione riceve un ulteriore stimolo dalla rilocalizzazione dei lavoratori verso la regione con salari reali più elevati.
La mancanza di mobilità del lavoro tende, invece, a posporre il processo diagglomerazione durante la fase di integrazione economica tra le regioni e lo indebolisce quando esso si realizza: se i lavoratori non si muovono, le differenze salariali persistono ed agiscono come fattore di dispersione (forza centripeta) accrescendo i costi di produzione delle imprese che producono in regioni con un numero relativamente alto di imprese.

Questa forza centripeta può quindi dar luogo ad equilibri in cui tutte le regioni hanno una quota di attività industriale, anche se non identica.
In particolare, Puga (1996) dimostra che la relazione tra costi di trasporto ed agglomerazione diviene più complessa in assenza di migrazione del fattore lavoro. Se l’agglomerazione non genera differenze interregionali nei livelli salariali (come è il caso del modello di Venables, 1996), abbiamo visto che le cose funzionano come nel modello di Krugman (1991): una caduta nei costi di trasporto al di sotto di un valore critico porta l’industria a concentrarsi in una singola regione. Tuttavia, se la concentrazione dell’industria in una regione rende i salari relativamente più alti in questa regione, la mancanza di mobilità interregionale può rendere la relazione tra integrazione regionale ed agglomerazione industriale non-monotonica, cosicché un livello di integrazione sufficientemente forte (costi di trasporto molto bassi) può generare il decollo industriale della regione meno sviluppata: con costi commerciali molto bassi (t molto piccolo) le imprese non trovano alcun vantaggio nel localizzarsi vicino alle altre imprese e si localizzano nella regione con i salari più bassi.

Tuttavia, senza mobilità interregionale del lavoro, l’agglomerazione fa crescere le differenze salariali tra le due regioni. Per livelli bassi dei costi di trasporto, le imprese vogliono stare laddove i costi dei fattori immobili (lavoro) sono più bassi, cosicché si distribuiscono nuovamente in maniera simmetrica.

In conclusione, il modello di Puga (1999) dimostra che quando i costi di trasporto sono molto elevati, l’attività industriale si distribuisce sempre in misura equa tra le regioni al fine di incontrare la domanda dei consumatori. Al ridursi dei costi di trasporto, i legami di domanda e di costo stimolano l’agglomerazione delle attività con rendimenti crescenti di scala. Tuttavia, il modo in cui l’agglomerazione si realizza dipende dalla mobilità della forza lavoro in responso ai differenziali interregionali di reddito. L’agglomerazione dell’attività industriale tende a far crescere i salari locali nelle localizzazioni con un numero relativamente elevato di imprese. Se i più elevati salari inducono i lavoratori a spostarsi verso le regioni industrializzate, ciò intensificherà il fenomeno dell’agglomerazione eliminando i differenziali salariali. Se invece, i lavoratori non si muovono, i differenziali salariali tenderanno a persistere. In tal caso, la relazione tra integrazione economica (riduzione dei costi di trasporto) ed agglomerazione non sarà più monotonica: la riduzione nei costi di trasporto rende le imprese sempre più sensibili alla presenza di differenziali salariali e condurrà ad un redistribuzione equa dell’attività industriale.

di Gennaro Giordano [Visita la sua tesi »] [Leggi i suoi articoli »]

Condividi questa pagina